Così viene coltivata indoor acqua, luce e niente terra

Vanno controllate costantemente temperatura, umidità e fonti luminose La cannabis ha bisogno di periodi di buio totale per poter fiorire correttamente

Servono rudimenti di botanica e chimica ma coltivare marijuana “indoor” è tutto tranne che complicato. Basta spulciare i numerosi blog nati nella rete per capire che la pratica è alla portata di tutti, o quasi.

Ci sono tre aspetti fondamentali che vengono menzionati dagli esperti: ventilazione, illuminazione e nutrimento. Vanno controllate costantemente temperatura e umidità, mantenendo le piante lontane da fonti luminose esterne. La cannabis ha bisogno di periodi di buio totale per poter fiorire correttamente.

La coltivazione “idroponica” è quella che rende di più in termini di produzione. È quindi la tecnica maggiormente utilizzata da chi vuole puntare sulla produzione in quantità sotto lampade e in serra.

Esistono vari tipi di coltivazioni idroponiche ma tutte hanno un elemento in comune: la terra nei vasi non c’è, le piante sono sorrette con altri materiali, a volte argilla espansa, altre lana di roccia o cocco.

La coltivazione senza materiale inerte è una tecnica piuttosto utilizzata e prevede l’inserimento delle radici direttamente in una pellicola ricca d’acqua nutriente. I coltivatori usano tessuto o altri materiali per coprire le radici e non farle entrare a contatto con la luce diretta. Per quel che riguarda il materiale inerte, le scelte più comuni sono ghiaia o sabbia. L’opzione più “popolare” rimane comunque l’argilla espansa e la pietra lavica.

Molti degli impianti idroponici sono completamente automatizzati e la coltivazione avviene senza perdite di tempo, però ci sono fattori che vanno controllati spesso, come il livello dell’acqua nella vasca, la miscelazione dei nutrimenti e il “ph”. Ogni due settimane bisogna svuotare la vasca con la soluzione. Va lavata e riempita nuovamente miscelando nutrimenti e regolando ancora il “ph”. Dopo ogni ciclo bisogna pulire tutto l’impianto idrico: tubi e pompa, per eliminare le alghe attaccate alle pareti ed evitare intasamenti che porterebbero alla morte le piante nel giro di poco tempo. Sono queste le fasi in cui maggiormente serve la consulenza di un botanico, ed è il motivo per cui le organizzazioni cinesi inaggiano i loro.

Per quel che riguarda la varietà, i narcos cinesi producono la “skunk”. È stata creata negli anni ’80 incrociando sativa e indica. È ottenuta fondendo le linee native del Messico, della Colombia e dell’Afghanistan. È attualmente una delle varietà più diffuse al mondo, ha un principio attivo molto alto e un odore pungente. La parola “skunk” in lingua inglese vuol dire appunto puzzola.

Riproduzione riservata © Il Mattino di Padova