Provincia di Padova, domenica 14 giugno si vota tra i malumori a destra
Pranzo di saluto con il presidente Giordani e i consiglieri. «Guerra fratricida» tra i Fratelli d’Italia. Difficile mantenere gli attuali equilibri e c’è anche chi diserta le urne

È il giorno della verità per la politica provinciale. Dopo settimane di trattative, telefonate, incontri riservati, promesse sussurrate, domenica 14 giugno si chiude la partita per il rinnovo del Consiglio provinciale.
Dalle 7 alle 22 gli amministratori dei 101 Comuni padovani - oltre tremila tra sindaci e consiglieri - sono chiamati alle urne nella sede di piazza Bardella per eleggere la nuova assemblea di Palazzo Santo Stefano. In campo ci sono due liste: Tutta la Provincia - uniti per il territorio, espressione del centrosinistra con candidati di Pd, Avs e civici, e Centrodestra per Padova e Provincia, lista unitaria che raccoglie esponenti di FdI, Lega, FI e Udc.
La legislatura uscente è ormai agli archivi. Soltanto due giorni fa il presidente Sergio Giordani ha salutato i consiglieri durante un pranzo informale. Ma il percorso che ha portato alle urne non è stato privo di tensioni, soprattutto nel centrodestra. A differenza di due anni fa, i partiti hanno scelto la strada del listone unico. Compatti sulla carta, lasciando però fuori diversi aspiranti candidati. Con i conseguenti malumori.
Le prime crepe si sono aperte nella Lega, dove il numero dei pretendenti superava ampiamente gli spazi disponibili. Poi l’esclusione dell’area civica riconducibile a Francesco Peghin con la mancata ricandidatura di Roberto Cruciato. Ancor più complessa la situazione tra i Fratelli. La scelta di non ricandidare Matteo Cavatton, preferendogli il decarliano Enrico Turrin, ha provocato una profonda spaccatura interna che si riflette anche nella competizione per le preferenze, dove si consuma il confronto tra Michele Sigolotto e Luigi Sabatino. «Questa elezione è una lotta fratricida», confida un esponente di primo piano della coalizione.
Più lineare, almeno sulla carta, il quadro nel centrosinistra. I consiglieri di Padova Marco Concolato (Pd) e Bruno Cacciavillani (lista Giordani-Azione) non dovrebbero avere problemi ad accaparrarsi uno scranno in piazza Antenore. Gli uscenti sembrano orientati verso una conferma. Tra le novità, è in pole Davide Moro (Due Carrare).
L’attenzione resta però concentrata sugli amministratori del capoluogo. Il sistema del voto ponderato attribuisce loro un peso nettamente superiore rispetto a quello dei colleghi di centri minori. Un fattore che nelle ultime settimane ha trasformato i consiglieri di Palazzo Moroni in interlocutori particolarmente ricercati. Decine di telefonate e richieste di sostegno. In questo quadro, i quattro di Peghin sembrano destinati a muoversi in ordine sparso. Lo stesso ex candidato sindaco potrebbe non recarsi alle urne, resta in forse Ludovico Mazzarolli.
Cruciato sarebbe orientato a sostenere Turrin, mentre Davide Meneghini voterà in casa Lega. La frattura tra i meloniani resta evidente: Cavatton e la fedelissima Elena Cappellini non sosterranno di certo il collega Turrin. Roberto Moneta dovrebbe garantire la preferenza a Forza Italia; idem Luigi Tarzia con l’Udc. La Lega, con Eleonora Mosco e il non tesserato Ubaldo Lonardi, punta su Sofia Pinato.
«Auspico che si metta fine alla fase più brutta della storia della Provincia, nella quale la maggioranza di centrodestra ha finito per sostenere i progetti del sindaco Giordani, contribuendo alla svendita di gran parte del patrimonio pubblico», affonda Lonardi. A differenza di due anni fa, inoltre, il presidente del Consiglio comunale Antonio Foresta orienterà il proprio voto verso il centrosinistra, probabilmente sul citato Moro. Fronte progressista, non voterà il dem Nereo Tiso, impegnato oltreoceano. Da segnalare, infine, che la preferenza del vicepresidente uscente Daniele Canella andrà a Moreno Giacomazzi.
Ma proprio i malumori interni rappresentano la principale incognita per il centrodestra. Il timore è che divisioni e regolamenti di conti possano tradursi in un risultato inferiore alle aspettative. Mantenere l’attuale rapporto di forza in aula, oggi fissato a 10 seggi contro 6, viene considerato estremamente difficile.
Lo scenario più probabile è quello di un riequilibrio verso il 9-7, ma non manca chi ipotizza un pareggio. Un esito che renderebbe assai complesso il sogno, coltivato da alcuni, di escludere il centrosinistra dalla futura maggioranza di governo dell’ente. Per conoscere la composizione della nuova assemblea non resta che attendere lo scrutinio di domattina. Da domani si apre un’altra partita, ancor più complessa: quella del presidente. Giordani scade a settembre.
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