Este, tanta musica per l’addio al 17enne suicida

ESTE. Un concerto, più che un funerale, proprio come avrebbe voluto lui. Un addio nel segno della musica, tra sacro e profano, inni a Dio e canzoni rock e metal, e soprattutto tante chitarre. In chiesa, forse, erano più le chitarre delle croci. E’ stato un commovente ma vibrante saluto quello che ieri è stato tributato al musicista diciassettenne che, venerdì scorso, si è tolto la vita gettandosi contro un treno in stazione a Sant’Elena. La piccola chiesa di Deserto, frazione atestina dove l’adolescente viveva ed era cresciuto, non è riuscita a contenere le decine di amici e conoscenti giunti per l’addio al ragazzo: già mezzora prima della celebrazione la chiesa era satura, con una folla che per tutta la messa è dovuta rimanere in piedi nel sagrato parrocchiale. L’arrivo della salma del giovane è stato accolto dalla musica metal, sparata dalle casse sistemate all’ingresso dagli amici. Gli stessi che, per tutto il funerale, sono rimasti in piedi, attorno alla bara del compagno, abbracciati l’un all’altro.
Accanto al feretro del diciassettenne è rimasta pure la sua chitarra. Altre cinque, assieme ad un coro di giovani voci, hanno accompagnato le musiche durante la messa, che hanno spaziato dai canti della tradizione cristiana alle ben meno liturgiche “Nothing else matters” dei Metallica, “Wish you were here” dei Pink Floyd e “Hallelujah” di Leonard Cohen. Una chitarra era anche disegnata su un cartellone sistemato sull’altare, dove oltre allo strumento campeggiava la scritta “Ti vogliamo bene Tepes”, ricordando uno dei nomignoli con cui era conosciuto il giovane. «Che parole bisogna dire?» ha esordito don Marco Pedron nell’omelia «Le cose accadono e basta. Non possiamo controllare tutto. Certe cose ci scappano e su molte non abbiamo potere. Possiamo solo dire “Mattia”, guardarci negli occhi e tenerci per mano». Il sacerdote si è poi rivolto direttamente ai numerosi giovani presenti in chiesa: «C’è soltanto una vita. Non è come nella Playstation, dove una volta morto clicchi “enter” e riprendi il gioco, o come con le auto, che quando fori hai la ruota di scorta. Non abbiamo vite di scorta: ne abbiamo una, unica, meravigliosa e insostituibile». Ha continuato: «In troppi siamo spenti dentro. A volte la morte si accorge addirittura di arrivare in ritardo. La morte deve invece arrivare e trovarci vivi». Non è mancato un appello agli adulti, invitati ad essere esempio e a lasciar correre i giovani sulle proprie gambe, e un messaggio forte per tutti: «Se avete parole o ringraziamenti da dire a qualcuno, fatelo ora. Se dovete cambiare o sistemare qualcosa, fatelo adesso», leggendo poi un racconto di Bruno Ferrero, “Le cose che non hai fatto”, in cui una fidanzata si pente per non aver avuto certe attenzioni verso il proprio ragazzo morto in Vietnam. Sono poi arrivati i ricordi letti pubblicamente dalla fidanzata del diciassettenne, dai colleghi musicisti, dai docenti dell’istituto Atestino e dagli amici. Parole, queste, accompagnate da scroscianti applausi. Come si fa ad un concerto. L’ultimo concerto di un artista spento troppo presto.
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