Le fusioni naufragate costano 90 milioni: ecco le risorse perse dal Padovano nell’ultimo decennio

Con i soldi lasciati nelle casse dello Stato si sarebbe realizzato mezzo ospedale: da Fortezza d’Adige a Terre Conselvane, dal mancato matrimonio tra Este e Ospedaletto al no di Megliadino San Vitale a Borgo Veneto, raccontiamo gli esempi di fusioni fallite

Nicola Cesaro
Un messaggio che indica l'anniversario di nascita di Borgo Veneto, uno dei Comuni padovani "fusi"
Un messaggio che indica l'anniversario di nascita di Borgo Veneto, uno dei Comuni padovani "fusi"

Quanto costano i campanilismi? A spanne, nel Padovano, quasi una decina di milioni di euro all’anno, 90 milioni di euro in un decennio. Più o meno come mezzo ospedale, se si conta che il “Madre Teresa” di Schiavonia è costato poco più di 170 milioni di euro, o come una decina di chilometri della nuova regionale 10, la strada che la Bassa padovana reclama da mezzo secolo.

Come si ottiene questa cifra, che sicuramente avrebbe salvato più di qualche bilancio comunale, portato numerose opere nel territorio e incrementato i servizi per i cittadini? Semplicemente stimando i contributi di legge previsti per i Comuni nati da un processo di fusione e moltiplicandoli per i tanti progetti naufragati negli ultimi anni. Si va da fusioni bocciate proprio all’ultima tappa, il referendum popolare, a matrimoni naufragati nonostante i brindisi istituzionali, fino a unioni finite nel cassetto per il cambio di amministrazioni comunali o per il mal di pancia di qualche comitato.

Il ragionamento parte da una certezza dettata dalla normativa nazionale. In base a una legge del 2012, infatti, ai Comuni protagonisti di fusione viene riconosciuto il 60% dei trasferimenti erariali attribuiti per l’anno 2010, per dieci anni e con un massimo 2 milioni di euro all’anno. Il contributo può essere prorogato di ulteriori 5 anni. Ecco allora che a nuove realtà come Borgo Veneto, dal 2018, viene corrisposto 1 milione di euro all’anno, mentre a Santa Caterina d’Este – che vanta metà abitanti, il contributo è di circa 500 mila euro. A queste cifre, poi, andrebbero aggiunti eventuali contributi regionali ed economie di gestione. Nella nostra provincia si parla sistematicamente di fusioni ormai da più di un decennio (la prima, in realtà, fu quella che portò alla nascita di Due Carrare nel 1995, salvo poi attendere oltre vent’anni per salutare Borgo Veneto) ma in questo frangente sono tante le iniziative che si sono arenate.

In due casi la fusione si è fermata al momento del voto popolare: nel dicembre 2018 la nascita di Terre Conselvane (Conselve, Cartura e Terrassa Padovana) e di Fortezza d’Adige (Castelbaldo e Masi) venne bocciata dal referendum istituito dalla Regione Veneto. Sarebbero nati due Comuni da 17.500 e 3.300 abitanti, che avrebbero fruttato contributi annui rispettivamente per 2 milioni e per 500 mila euro.

Clamoroso fu invece il fallimento della fusione tra Este e Ospedaletto Euganeo, annunciata con fasti dai due rispettivi consigli comunali nel 2012, oggetto di molti incontri pubblici, divenuta tema con cui giocarsi la rielezione per alcuni amministratori: tempo tre anni e al progetto è stato suonato un tristissimo requiem. Anche qui l’unione avrebbe garantito 2 milioni di euro all’anno. Va peraltro detto che il percorso, pur in altre fasi, avrebbe dovuto abbracciare pure la vicina Baone

. E ancora, pareva prossima al referendum pure la fusione per dar vita a Fratta Padovana, frutto della simbiosi tra Casale di Scodosia, Merlara e Urbana: nel 2017 un sondaggio tra i cittadini aveva raccolto percentuali di positiva accoglienza, pur con pochi votanti. Niente da fare, alcuni amministratori cambiarono idea e da allora l’argomento è sepolto. Eppure nelle casse pubbliche sarebbe arrivato almeno un milione. Più meno stesso discorso e stessa cifra per la fusione ipotizzata nel 2012 tra Boara Pisani, Barbona, Stanghella e Vescovana, per cui era stato elaborato. E ancora, nel 2013 l’allora sindaco monselicense Francesco Lunghi scrisse al pari ruolo di Battaglia Terme invitandolo a valutare un possibile matrimonio: ne sarebbe nato un Comune da oltre 21 mila abitanti, capace di calamitare almeno 2 milioni all’anno.

Non va poi dimenticato che nella nascita di Borgo Veneto (Saletto, Megliadino San Fidenzio e Santa Margherita d’Adige) il voto negativo dei cittadini escluse all’ultimo dalla fusione Megliadino San Vitale (tanto che il nascente Comune si sarebbe dovuto chiamare Quattroville), facendo perdere così una rendita di 250 mila euro annui. Ponso, invece, denunciò i vicini Carceri e Vighizzolo d’Este di essere stato escluso dal dialogo dedicato alla nascita di Santa Caterina d’Este: pure qui occasione persa e almeno 150 mila euro rimasti nelle casse statali. Senza tirare in ballo amori impossibili – tipo quello tra Abano e Montegrotto – e senza passare alla fantapolitica, è dunque evidente che le mancate fusioni dell’ultimo decennio hanno lasciato intentati stanziamenti per almeno 9-10 milioni all’anno.

Per quanto, ancora, lo Stato concederà questo privilegio? 

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