Halloween in stile porno: l’Arci sdogana, ma a metà

PADOVA. Non una spallina è scivolata, nonostante l’apologia di libersene con tutto il resto, come hanno retto i balconcini, vertiginosamente esposti e sempre sul punto di sversare, ma fermi. Hanno resistito perizomi, giarrettiere e mascherine, niente è stato sparso, trattenuta la decenza delle carni, risparmiato le scandalo che si temeva. Anche le carte sono rimaste nel mazzo, o nella testa di chi magari ci aveva anche fatto una partita. Ma dove poi? E come? L’Arci Grind House di via Longhin è un locale piccolo di per sé e l’altra sera era pieno zeppo. L’inventore del gioco a delinquere detto “Squillo” aveva le sue difficoltà a muoversi sul palco, figuriamoci a fare il croupier. Così come gli organizzatori della serata avevano i loro problemi con i vertici provinciali dell’Arci e questi ultimi a cascata i propri con il Comune che è preposto alla sicurezza degli spettacoli ma anche al buon costume e alla correttezza politica. Induzione alla prostituzione, istigazione al razzismo, alla vendita di droga, subornazione al commercio di organi umani con relative istruzioni sul modo di procurarseli. Roba da farci irruzione.
Niente irruzione, non c’è stato bisogno della polizia, le carte sono rimate al loro posto, il gioco di ruolo, per definizione virtuale e inoffensivo, s’è giocato, pieno di significati e gravido di conseguenze comunque in un circolo dell’Arci, organizzazione culturale della sinistra. Halloween in versione porca, la festa pagana di Ognissanti registrata sul fetish, porno horror show. Giusto perché la trasgressione non può fermarsi alle ossa dei morti ed è inevitabile che si occupi delle mutande dei vivi.
«Sono un cultore del linguaggio forbito, l’unico modo di passare al torto è quello di violarlo sistematicamente» ha avvertito Immanuel Casto, cantante e star della serata, nonché inventore del gioco “Squillo”, il piacere di “indurre alla prostituzione”, “vendersi un rene”, “piazzare un chilo di coca” o “assaltare un campo di rom”. Tutto virtuale e perciò sconfinato, uno la sua mignotta se la può uccidere, oppure aumentarle la dose e farla lavorare di più. Il gioco è lo stesso in cui s’ammazzano i mostri o i navy seal. Qui si gioca a fare i papponi, vince chi diventa capo di un cartello messicano.
Non sta bene in circolo Arci. «Tutto nero, tutto dentro, tutto intero» ritmava il cantante. Altre sui preti di schietto gusto aldomovariano non sono trascrivibili, divinamente marchesi alcune sull’uso estensivo degli orifizi. Insomma il materiale è del vecchio buon repertorio, di nuovo c’erano le carte di cui i ragazzi non hanno sentito il bisogno talmente erano pazzi di quel che Immanuel Casto già gli serviva in testi e musica.
L’arte e la sua talpa, la cultura, sbucate in un circolo Arci. Nussuna paura, chi è che non sa separare la rappresentazione dalla vita reale? Se le ragazze in guepierre inneggiano al “darla via”, non per questo significa che vogliano dal corso al suggerimento. Epperò tutte ballavano entusiaste, maschi e femmine al ritmo di gioca joué su poche ma significative parole: pecorina! pompino! necrofilo! pedofilo! pissing! Più è alto l’inno alla sconcezza, più forte sale il grido di approvazione. Si fa allo stadio con i negri, si fa nei circoli Arci con il sesso, la regola è la stessa: basta rovesciare le raccomandazioni della mamma e il successo è garantito. La barista, ad esempio, conciata come una cocotte sembra uscita da una quadro di Groz, ma insegna canto, bel canto. Un’altra poco di buono in effige è agente immobiliare, l’amico magnaccia lavora in un call center. E tutti vogliono cambiare lavoro. Devono essere lì per questo. «Io stesso non faccio una vita dissoluta - Casto si chiama, non a caso ed è l’unico che il lavoro l’ha trovato - sono un monaco guerriero, un comunicatore più che un cantante».
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