I conventi dei frati restano vuoti «E noi torniamo alla vita povera»

La svolta dei francescani minori del nord Italia, che da sei mesi sono riuniti in un’unica provincia Il ministro padre Mario Favretto: «Troppe comodità, poca essenzialità: così il saio perde fascino».
Di Cristiano Cadoni

PADOVA. Qualcosa è cambiato il 13 marzo del 2013, giorno dell’elezione a papa di Jose Maria Bergoglio. «Appena annunciato il suo nome – Francesco – e quando è stata chiara la portata del cambiamento che stava portando, con il ritorno a una chiesa povera, abbiamo dovuto ripensare immediatamente al senso della nostra missione. Ci siamo chiesti: se lui che non è neppure un francescano parla e soprattutto agisce così, noi che siamo frati cosa dobbiamo fare?». La risposta alle domande di quei giorni e dei mesi successivi, padre Mario Favretto – ministro della Provincia di Sant’Antonio dei frati minori – la sta trovando un pezzo per volta. E nel mosaico che si compone sta recuperando, insieme ai suoi confratelli, il senso più genuino dell’essere francescani, che riporta al fare e non solo al pregare, a quella dimensione del rendersi utile che negli anni si è un po’ smarrita. In questo percorso, quasi senza volerlo, sono apparse più chiare anche le risposte all’altra grande domanda che da almeno tre lustri aleggia sopra i conventi italiani, sempre meno abitati: perché nessuno vuole più farsi frate? «Perché si fanno pochi figli e quei pochi crescono in ambienti iper protetti, in cui la prospettiva di un impegno stabile diventa spaventosa, basti pensare ai matrimoni», è la prima spiegazione che trova padre Mario. Ma questa è solo una parte della risposta. «Perché anche il tipo di vita che proponiamo non sembra avere molto successo», aggiunge. «Bisogna espropriarsi di tante cose. E non è solo la rinuncia al denaro ma, ancora di più, alla possibilità di realizzarsi in qualche ambito, di avere una sfera personale da coltivare». E poi ancora: «Perché c’è quel voto di obbedienza che pesa perfino più della castità e che impone di fare non più quello che si vuole ma quello che ci viene chiesto». Sono tre ostacoli altissimi sulla strada che separa un principio di vocazione dal saio. «E però», scandisce padre Mario, consapevole di stare per dire una cosa forte, «il vero problema è un altro: non facciamo più una vita così radicale, non è più così sobria e povera, non viviamo più in ambienti così essenziali e non stiamo più abbastanza tempo a contatto con i poveri. Insomma, la nostra vita non è più così autentica. Questo vuol dire che essere frati non ha più il suo fascino e non attira più i giovani, perché non siamo più provocanti. Per questo cerchiamo di tornare sulla strada più giusta».

La promessa di una svolta è arrivata un po’ per scelta e un po’ per necessità a maggio di quest’anno quando le sei Province dei frati minori del nord Italia si sono unite in una Provincia unica che ha sede a Milano ma cuore nel Veneto, sia perché nel nome c’è ancora Sant'Antonio, primo ministro provinciale; sia perché a guidarla è padre Mario, originario di Motta di Livenza. Un passaggio necessario, quello dell’unificazione, perché – prima ragione - di frati ne sono rimasti davvero pochi – circa 655 in tutte le regioni del nord (compresi i 39 “della Custodia” in Terra Santa e i pochi che si trovano in Guinea Bissau e in Senegal), mentre un tempo erano duemila. Nel Veneto non va neppure malissimo e infatti la resistenza all’unificazione è stata forte:adesso ce ne sono in tutto duecento, ma sono tanti quanti ce n'erano nel solo convento di Padova ai tempi in cui era anche sede di università e pullulava di vita, mentre ora ce ne sono soltanto quattro. E un po' – seconda ragione - perché si è avvertita, qui prima che altrove in Italia, la necessità di rimettere insieme i pezzi e affrontare la minaccia dell’estinzione, con qualche taglio doloroso – come il convento di Monselice e la chiesa votiva di Treviso – e qualche accorpamento. Ma anche con qualche scommessa in campo aperto, all’insegna del motto “il mio chiostro è il mondo”, più volte citato proprio da papa Francesco.

«Ci sono cicli storici che si ripetono, periodi in cui restiamo in pochi e altri in cui c’è di nuovo grande entusiasmo», racconta padre Mario. «Qui è una fase difficile, quest’anno dal noviziato esce un solo professo temporaneo. Il ricambio scarseggia». Ma altrove - si pensi al Sudamerica - i frati si moltiplicano. «Per invertire questa tendenza noi scegliamo di cambiare strada», spiega il ministro. «Mettiamo insieme i più giovani in comunità piccole, agili, sobrie, che si dedichino a forme di evangelizzazione non strutturate e che stiano in strada e a contatto con i bisogni. Dopo tre anni possiamo dire che funziona». D’altra parte è in questa essenzialità il senso stesso dell’essere frate. Meglio ancora: è nell’equilibrio tra il ritiro spirituale e l’impegno concreto. «Chi fa e basta, rischia di perdere il senso più profondo del suo impegno e non rinnova la sua scelta. Chi vive ritirato, non risponde a bisogni reali», sintetizza padre Mario. Che guarda avanti, ai tre anni del suo mandato e assicura: «Non ci sono altre chiusure di conventi in programma. La priorità adesso è investire tutte le energie nell’animazione giovanile e vocazionale, creare situazioni perché la nostra presenza - in risposta a nuovi bisogni, come le povertà - torni a essere significativa. Non servono grandi strategie: la nostra vita è già un modello. Dobbiamo solo tornare a viverla e a mostrarla».

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