Merlara già ospitale nell’età del bronzo Poi terra longobarda degli uomini liberi

FRANCESCO JORI
Un posto buono per abitarci, e da sempre. Basta concedersi un’istruttiva visita al Museo Atestino di Este, che accoglie storia e preistoria di tanta parte della Bassa padovana, per scoprire che Merlara è zona di antichissimo insediamento: lo testimoniano due vasi di bronzo del considerevole peso di una quarantina di chili, rinvenuti al ponte delle Gradenighe assieme ad ascie, cuspidi di lancia, ma anche falci e scalpelli, a testimoniare la presenza di una popolazione dedita alla guerra ma al tempo stesso impegnata nella cura del territorio, e risalente all’età del bronzo. Il suo villaggio viene collocato nei paraggi del Castellaro; poi si trasferirà più a nord diversi secoli più tardi, quando le terre originarie saranno diventate paludose a causa delle bizze dell’Adige.
Abitata dunque da tempo immemorabile, compresa l’epoca romana, Merlara assume la sua connotazione moderna all’epoca dei longobardi, che le danno un assetto amministrativo ben definito. A suggerirlo c’è un documento del 1077, in cui la località viene indicata come “arimannia” assieme ad altre più importanti della zona, a partire da Montagnana, per arrivare a Saletto, Urbana, Ponso e Vighizzolo. Il termine deriva dagli arimanni, uomini liberi con ampi diritti civili di stirpe appunto longobarda, cui i re dell’epoca concedono territori dotati di una rilevante forma di autonomia, ma che mantengono comunque un preciso legame di dipendenza dalla casa-madre; in cambio delle concessioni date loro, questi assegnatari devono coltivare le terre, ma anche difenderle in caso di attacchi.
Dell’esistenza certificata di Merlara, in ogni caso, c’è già traccia da circa un secolo: in un documento del 954, i marchesi Almerico e Franca (marchesi di Toscana e signori dei villaggi della Scodosia) effettuano una donazione in favore del monastero veneziano di San Michele di Brondolo, consistente in terreni ubicati “in castro de Merolaria”; e l’anno successivo, in vena di generosità e in ossequio a una par condicio anche dello spirito, fanno il bis, stavolta a beneficio dell’abbazia della Vangadizza di Boara Polesine.
Quel termine “castro” rappresenta in realtà un importante indizio, perché sta a indicare la presenza non di un semplice nucleo abitato, ma di un’area fortificata; e difatti molti ritengono che a Merlara sia stato realizzato parecchio prima dell’anno Mille un castello, probabilmente in località Ponte di Terra, poi distrutto. L’ipotesi viene rafforzata da alcune mappe del Cinquecento, dove un pentagono di strade confluisce nel cuore di una zona indicata come “villa di Merlara”: probabilmente i resti dell’antica fortezza. Di qualcosa che ricorda un castello è ancor oggi traccia il campanile della chiesa parrocchiale: lo rivela la forma di torre, con un’arca infissa nella facciata occidentale.
Lì dentro, ci informa una scritta latina scolpita nella pietra, riposa dal XIV secolo tale Carlotto della famiglia dei Canotorti. Che dev’essere stato un personaggio influente dell’epoca, a giudicare da quanto gli viene attribuito nella pomposa epigrafe: “In questi marmi scolpiti dorme Carlotto, vero protettore dei Merlaresi che, se si dedicò tutto per gli amici, fu spavento per gli avversari, al massimo magnanimo, tutore del popolo di Merlara”. A metterci i soldi per finanziare questo elogio funebre con tanto di torre è stato suo fratello Galvano, come apprendiamo da un’altra scritta dove si spiega per l’appunto che “questo monumento fu costruito per iniziativa del nobile uomo Galvano da Merlara, che qui riposa con i fratelli Carlotto, Sicherio e Pietro”. —
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