Piacenza d’Adige porto fluviale e stazione di cambio della Serenissima

francesco jori
Quando si convive con un inquilino delle dimensioni, ma anche del carattere focoso, dell’Adige, bisogna per forza farci i conti e cercare di tenerselo buono, magari inglobandone il nome stesso nel proprio biglietto da visita. Ma nel caso della Piacenza della Bassa padovana detta appunto d’Adige, c’è una ragione in più che giustifica la ricerca di una pacifica convivenza, rispetto agli altri centri che sorgono lungo le sponde del corso d’acqua, dalle sorgenti altoatesine all’Adriatico: nel 1783 gli ingegneri della Serenissima, che si stanno occupando della sistemazione del regime idraulico del fiume, decidono di rettificarne il corso proprio in corrispondenza del paese, ricavandone una grande ansa detta giustappunto Volta di Piacenza.
Posizione ideale, dunque, per realizzarvi un porto fluviale in grado di operare su più fronti, ma soprattutto come punto di stazionamento per i burci, le tipiche imbarcazioni a chiglia quasi piatta, utilizzate in Veneto per la navigazione interna, in pratica veri e propri camion su acqua utilizzati per il trasporto di grandi quantitativi di merci, e poi soppiantati nella seconda metà del Novecento dalla febbre dell’asfalto. Per far risalire loro il corso del fiume, andando quindi controcorrente, vengono impiegati dei cavalli che li trainano da riva, lungo gli argini; e a Piacenza c’è il punto attrezzato per il cambio dei quadrupedi tra un tratto e l’altro.
Difficile rintracciare origini certe per il centro abitato, soprattutto perché nei tempi antichi esso si trova inserito nel contesto di una vastissima zona paludosa, legata alla presenza di un’ampia superficie lacustre, conosciuta come il lago di Vighizzolo: uno sterminato acquitrino fatto di acqua e sabbia, che impedisce qualsiasi insediamento stabile. Così, bisogna aspettare secoli prima di riuscire a rintracciare una prima testimonianza di quello che diventerà Piacenza d’Adige: addirittura il 1186, quando con un documento pontificio il Papa dell’epoca, Urbano III (che morirà l’anno dopo, secondo la leggenda di crepacuore dopo aver ricevuto la notizia della sconfitta dei crociati ad Hattin, vicino a Tiberiade, nel luglio 1187), assegna dei terreni situati “in villa Placentia” alla vicina e prestigiosa abbazia di Santa Maria di Carceri. A quel punto, l’area dev’essere evidentemente diventata relativamente di pregio, o almeno di un qualche interesse, se una trentina d’anni più tardi, a Ferragosto del 1216, Alice di Chatillon, vedova di Azzo VI, incassa la cospicua somma di 800 denari veneti per cedere alla medesima abbazia una serie di terreni, tra cui la valle del Crotarolo a Piacenza d’Adige, con tanto di diritti in materia di pesca, caccia e boschi: segno che in zona c’è della sostanza.
Ma a cosa servono a una signora di famiglia-bene quei soldi? Qui subentra uno scampolo di una sorta di cronaca nera dell’epoca: per pagare il riscatto del figlio, tenuto in ostaggio dagli usurai fiorentini a causa di un debito non pagato, contratto dallo spendaccione di famiglia, Aldobrandino (all’epoca, i metodi dei prestatori di denaro erano molto più bruschi di quelli di oggi). Si rivelerà almeno una somma ben spesa: il rampollo di Alice, Azzo VII, continuerà degnamente la dinastia, conquistando nel 1242 Ferrara e aprendo così uno dei periodi più luminosi della Casa d’Este.
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