Il caffè Pedrocchi e l’epoca d’oro: «Eccellente, il migliore d’Italia»

Le parole di Stendhal, la crescita e il blasone dello Stabilimento padovano; un luogo frequentato da nomi illustri: Nievo, Fusinato, D’Annunzio e Marinetti. «A nessuno doveva essere negato un bicchiere d’acqua e una presa di tabacco»

Francesco JoriFrancesco Jori
Il Caffè Pedrocchi
Il Caffè Pedrocchi

«Eccellente, il migliore d’Italia». Recensione più prestigiosa non si sarebbe potuta esibire per il Caffè Pedrocchi, in una sorta di Tripadvisor ante-litteram dell’Ottocento, che porta la firma di Marie-Henri Beyle: più e meglio noto come Stendhal, cliente abituale del locale nel suo soggiorno padovano. Tutt’altro che un giudizio isolato: più o meno negli stessi anni, vi si associa una firma indigena di indiscussa qualificazione quale Pietro Selvatico, architetto e storico dell’arte, decretando che «questo Caffè merita, per ogni titolo, la fama che gode, vale a dire del più bello e comodo della nostra penisola».

D’altra parte, basta scorrere la lista dei vip che si sono seduti ai suoi tavoli tra Ottocento e Novecento: Ippolito Nievo, Giovanni Prati, Arnaldo Fusinato, Alfred De Musset, George Sand, Téophile Gauthier, Gabriele d’Annunzio, Eleonora Duse, Filippo Tommaso Marinetti…

Una fama e una clientela così vaste partono peraltro da radici assolutamente modeste. Fin dal 1772, in pieno centro cittadino, esiste una piccola bottega aperta da Francesco Pedrocchi, bergamasco trapiantato ad appena 13 anni prima a Venezia e poi a Padova, dove viene assunto come garzone nella caffetteria di Pietro Zigno; fattosi le ossa, decide di mettersi in proprio, avviando l’attività in una zona strategica, tra l’università e il municipio, e a ridosso dei mercati delle piazze.

Il giro di clientela gli garantisce un rapido successo, che viene potenziato alla grande dal figlio Antonio: il quale, allargandosi anche alla torrefazione, riesce a mettere assieme un capitale con il quale acquista via via una serie di locali nell’area compresa tra via della Garzeria (oggi VIII febbraio), via della Pescheria vecchia (vicolo Pedrocchi), e Oratorio di san Giobbe (piazzetta Pedrocchi). Ed è qui che decide di costruire un Caffè che, per ricorrere alle sue stesse parole, «doveva essere il più bello della terra».

È il 16 agosto 1826 quando Antonio deposita negli uffici del Comune un progetto che prevede la realizzazione di locali destinati alla torrefazione, alla preparazione del caffè, alla conserva del ghiaccio e alla mescita delle bevande. A metterlo a punto è stato, dietro suo incarico, un’autentica archistar dell’epoca: Giuseppe Jappelli, veneziano, uno dei massimi esponenti in Veneto dello stile neoclassico, che a Padova ha già firmato opere di primo piano.

Pedrocchi punta su un locale articolato in due settori distinti: il Caffè vero e proprio, aperto ventiquattr’ore al giorno (per questo verrà chiamato il Caffè senza porte), per ospitare il pubblico ordinario; e il Ridotto, destinato ad accogliere l’alta società, i balli, le riunioni di vario genere incluse quelle massoniche. Detta una disposizione precisa quanto singolare: «A nessuno doveva essere negato un bicchier d’acqua, una presa di tabacco, l’ago e filo per rattoppare un vestito e un ombrello». Il locale apre i battenti nel 1831; successivamente, nel 1842, in occasione del IV Congresso degli scienziati italiani, si inaugura il piano Nobile, al piano superiore, uno spazio interamente dedicato agli spettacoli e alle feste, e che oggi ospita il Museo del Risorgimento e dell’Età Contemporanea.

L’ambiente viene subito gettonato in forma trasversale dalla società padovana, dai vip alla gente semplice, e ovviamente dagli studenti della vicina università. I quali si rendono protagonisti di un episodio destinato a fare storia. E’ l’8 febbraio 1848, in pieno clima di moti risorgimentali, quando una delegazione di cittadini e studenti presenta agli esponenti del governo austriaco una serie di richieste, tutte respinte.

Mentre il campanone del palazzo del Bo suona a stormo, gli universitari si piazzano dentro l’ateneo e al Pedrocchi; l’esercito attacca, nello scontro due studenti rimangono uccisi, e ci sono centinaia di feriti. L’indomani 73 di loro vengono espulsi, e 4 docenti destituiti dall’incarico. Tuttora, nella Sala Bianca, si conserva traccia del foro provocato da una pallottola austriaca.

Quando muore, nel 1852 non avendo eredi, Antonio Pedrocchi lascia la sua creatura a Domenico Cappellato, figlio del suo fedele garzone Giambattista; il quale a sua volta, morendo nel 1891 lo lascia alla collettività padovana tramite il Comune, peraltro con un espresso vincolo: «Faccio obbligo solenne e imperativo al Comune di Padova di conservare in perpetuo, oltre la proprietà, l'uso dello Stabilimento come trovasi attualmente, cercando di promuovere e sviluppare tutti quei miglioramenti che verranno portati dal progresso dei tempi, mettendolo al livello di questi, e nulla trascurando, onde nel suo genere, possa mantenere il primato in Italia». Non sarà così, purtroppo: già subito dopo la Grande Guerra inizierà un lento ma inesorabile processo di degrado la cui eco si è protratta con fasi alterne fino ai giorni nostri.

Tornando all’epoca del suo pieno splendore, nell’Ottocento, si può raccontare una giornata-tipo: che inizia fin dalle 7, quando arriva una clientela mista di studenti, impiegati e commercianti, che seduti ai tavolini di marmo, tra un caffè e una cioccolata calda leggono i giornali, si scambiano materiali di lavoro, discutono sui fatti di attualità.

Dal mezzogiorno e lungo il pomeriggio lo scenario cambia: tra una tazza di thè e un vassoio di pasticcini, il Caffè è luogo di incontri d’affari e visite di ospiti e turisti, mentre al piano nobile si tengono concerti, ricevimenti, prove di eventi. Infine, da sera e fino a notte inoltrata la scena è occupata da musiche dal vivo, letture, dibattiti; intellettuali e patrioti discutono di letteratura e politica, con accese riunioni che si protraggono fino alle ore piccole.

 

Riproduzione riservata © Il Mattino di Padova