Sul palcoscenico della città: dal Garibaldi al teatro Verdi

Nel Settecento la città era in pieno fermento e le famiglie nobili finanziarono la costruzione del Teatro Nuovo, che fu poi restaurato anche da Jappelli. Un’altra sala era in piazzetta Garzerie: la gestiva il nonno di Eleonora Duse

Francesco JoriFrancesco Jori
Padova, le tracce della storia
Padova, le tracce della storia

È decisamente una Padova in gran spolvero, quella della seconda metà del Settecento: mentre la Serenissima (sotto la quale si trova dall’inizio del Quattrocento) si avvia a una morte al buio, la città ha voglia di futuro, e lo manifesta soprattutto sul piano urbanistico.

È nell’ultimo scorcio del secolo che prendono vita la radicale rinascita di un Prato della Valle ridotto a desolante palude, la trasformazione della Specola in prestigioso Osservatorio astronomico dell’ateneo, la costruzione di un ospedale innovativo che arriverà fino ai nostri giorni.

Ma prima ancora, proprio alla svolta di metà Settecento, c’è una novità che fa rumore: è l’11 giugno 1751 quando si inaugura un teatro cittadino, che prende il nome di “Teatro Nuovo e della Nobiltà”: etichetta legata a chi l’ha promosso, un gruppo di una settantina di aristocratici in cui figurano i più prestigiosi nomi della nobiltà padovana, riuniti in una società privata con finalità culturali. Sono loro a finanziare l’opera, cui danno anche il nome prima ricordato. L’inaugurazione avviene con un melodramma di Metastasio.

Il teatro di Jappelli

Il teatro cambierà volto un secolo dopo, nel 1847, con una ristrutturazione affidata a un archistar dell’epoca, Giuseppe Jappelli (la cui firma appare anche nella realizzazione del Caffè Pedrocchi): il quale lo dota tra l’altro di illuminazione a gas. Ma non è ancora la versione definitiva, che arriverà appena una quarantina di anni dopo, con un rifacimento quasi totale degli spazi interni, e soprattutto con un cambio di nome: il teatro viene intitolato a Giuseppe Verdi, eroe nazionale; il quale peraltro, invitato all’evento inaugurale dell’8 giugno 1884, declina l’offerta e non si presenta.

Nel tempo, il complesso conosce altri interventi: gravemente danneggiato dai bombardamenti aerei della Grande Guerra, viene restaurato, per riaprire solo alla fine degli anni Venti, con la presenza di re Vittorio Emanuele II.

Nel secondo dopoguerra ne rileva la proprietà il Comune, che dagli anni Cinquanta mette mano a interventi di risanamento; oggi il Verdi ha una capienza di 750 posti, ed è sede del Teatro Stabile del Veneto.

L’altro palcoscenico

Per oltre un secolo peraltro, fino alla metà del Novecento, Padova ha avuto un altro teatro, situato nel pieno centro cittadino, davanti al Pedrocchi: il Garibaldi, creato nel 1834 nella piazzetta Garzerie da Luigi Duse, soprannominato “Giacometo Spàsemi” dall’invenzione della sua più famosa maschera, chioggioto di nascita e padovano di adozione, nonno della grande attrice Eleonora.

Partito col nome di Teatro Sociale, nel 1868 cambia l’insegna in Garibaldi, in omaggio all’eroe dei due mondi: da appena due anni il Veneto è tornato all’Italia, e il generale è sulla cresta dell’onda.

All’inizio è rivolto a un target popolare, anzi di più: Duse non pretende il pagamento in denaro, ma s’accontenta di qualsiasi donazione in natura: polli, salami, patate e quant’altro. Spesso si rivolge al pubblico, dicendo in dialetto veneto: «Portè, portè, fioi, ché tuto xè bon!». Nel Novecento, il Garibaldi cessa la funzione di teatro per riconvertirsi a cinema; ma nel secondo dopoguerra chiude definitivamente i battenti.

La piazzetta della lana

Resta il ruolo storico del posto in cui è esistito: quella piazzetta delle Garzerie che, come suggerisce il nome, ha radici in un’industria particolarmente fiorente a Padova, la lana. È un’attività fiorente e rinomata già in epoca romana: Marziale, il mordace poeta spagnolo trapiantato a Roma, in uno dei suoi pungenti epigrammi la definisce così resistente da rendere necessario il ricorso alla sega per tagliare la stoffa.

Ma è soprattutto tra il Duecento e il Trecento che il tessile diventa settore portante dell’economia, grazie alla presenza della tipica pecora padovana (una realtà che rimarrà robusta per secoli, con quasi 120.000 capi a fine Settecento), con la produzione di stoffe di cotone, lana e seta: impianti industriali di vario tipo sorgono in più punti della città; e in pieno centro, proprio in piazzetta delle Garzerie, nasce un Fondaco della lana.

È la casa-madre della corporazione che gestisce l’intero comparto, dalla produzione al commercio: vi si praticano la garzeria e il finissaggio dei panni prima della vendita, la bollatura ufficiale col sigillo di qualità, il controllo fiscale e ispettivo sulle botteghe del settore. Funzionerà fino ai primi dell’Ottocento.

La gatta di Sant’Andrea

A un tiro di schioppo dalla piazzetta, merita dedicare una visita sia pure fugace a via Sant’Andrea, davanti a piazza Cavour, per un sopralluogo alla cosiddetta “colonna della Gatta”: che peraltro del felino non ha proprio niente, visto che il destinatario di partenza è addirittura un leone.

Tutto parte da una guerra agli inizi del Duecento tra i patavini e gli estensi; i primi riescono a portare a casa come trofeo un leone di pietra. Il podestà di Padova, Jacopo de Viallardi, decide di innalzarlo su una colonna di epoca romana nei pressi della chiesa di Sant’Andrea, nel punto tradizionalmente considerato il più elevato della città (18 metri sul livello del mare).

Nel 1212, con la riconciliazione tra il Padova ed Este, il leone viene riconsegnato ai vecchi proprietari, e al suo posto viene eretta una statua simile ma di maggiori dimensioni, lavoro di tale magister Daniel. Come e perché nei vari passaggi il leone venga ridimensionato in gatta, non è noto: ma da secoli ai nostri giorni, così è se vi pare.

 

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