Via Vescovado: due case, due epoche, una strada

A Padova la strada custodisce i preziosi segreti di Erasmo da Narni e Francesco Petrarca. Ma troppi padovani passano distratti davanti alle antiche dimore dei loro illustri ospiti

Francesco JoriFrancesco Jori
Via Vescovado custodisce i preziosi segreti di Erasmo da Narni e Francesco Petrarca
Via Vescovado custodisce i preziosi segreti di Erasmo da Narni e Francesco Petrarca

Siamo nel cuore antico della città, in pieno centro storico, a due passi dalla Curia vescovile: sono tanti i padovani che percorrono via Vescovado. Ma pochissimi, forse quasi nessuno, si rendono conto di passare sotto le finestre di un vip del passato; eppure basterebbe, passando davanti al civico 61, alzare la testa e leggere l’iscrizione fissata in una lapide a sinistra del portone: “In questa dimora Erasmo da Narni detto Gattamelata stabilì residenza nel 1440 ed è morto addì 16 gennaio 1443”. Per tutti, il ricordo padovano di uno dei più famosi capitani di ventura si identifica con la monumentale statua equestre in bronzo sul sagrato della basilica del Santo, firmata da Donatello: uno dei capolavori assoluti nella storia dell’arte, diventato oltretutto un emblema della città. E che peraltro dall’ottobre 2025 è stata spostata a due passi, nell’ex Museo civico, per un radicale restauro.

Il personaggio è decisamente singolare. Nato in Umbria a Narni da una normalissima famiglia, ha imboccato da giovanissimo la strada delle armi, percorrendone rapidamente i gradini fino a diventare quello che all’epoca viene etichettato come “capitano di ventura”: di fatto, un professionista della guerra, arruolabile a pagamento assieme alle truppe che si porta dietro; in poche parole, un mercenario.

Come i suoi colleghi (Fortebraccio, Carmagnola, Giovanni dalle bande nere), adotta un “nickname” che lo caratterizzerà fino agli ultimi giorni: Gattamelata, secondo alcuni per la sua astuzia, secondo altri per il suo “parlar dolce”, secondo altri ancora per l’elmo sormontato da una gatta color miele. Dall’aprile 1434 viene assunto in pianta stabile dalla Serenissima come capitano generale di terraferma, portando con sé 500 lance (1.500 uomini con altrettanti cavalli) e 400 fanti.

Al soldo di Venezia si rende protagonista di memorabili imprese: in particolare una divenuta leggendaria, in occasione della guerra contro i Visconti milanesi: riuscire a trasportare una piccola flotta di imbarcazioni dall’Adige attraverso i monti, fino al lago di Garda, stile Fitzcarraldo. Quando non è in battaglia, vive a Padova, in via Vescovado, assieme alla moglie Jacopa Bocarini Brunori, sorella di uno suo compagno d’arme.

Segnato da una grave malattia, il 30 giugno 1441 fa testamento, nominando erede la moglie, e inserendo la richiesta di venire sepolto in un’apposita cappella nella basilica del Santo. La sua forte fibra lo tiene comunque in vita ancora a lungo; agli inizi del 1443 si spegne nel suo letto, all’ora del vespro. La notizia raggiunge subito Venezia, dove la Repubblica decreta una giornata di lutto in tutti i suoi territori, e organizza solenni funerali di Stato al Santo, presente il doge in persona.

Per perpetuarne la memoria, la vedova decide di dedicargli una statua; la vuole equestre, perché come a cavallo Erasmo ha percorso le vie di terra, così si incammini per quelle del cielo; e la vuole collocata davanti a quella basilica al cui interno ha trovato sepoltura il signore della guerra divenuto Capitano generale di San Marco.

Per farlo, si affida alla firma più prestigiosa in circolazione, Donato di Niccolò di Betto Bardi, fiorentino, meglio conosciuto come Donatello: un’autentica star dell’epoca, che accoglie l’invito e arriva a Padova, mettendo la propria firma su una statua che misura 3 metri e 90 per 3 e 40, su un ampio piedestallo di 8 metri di lunghezza e 4 di altezza. La figura del condottiero è a capo scoperto; nella mano destra, impugna il bastone di comando che ricorda quello conferitogli dalla Serenissima nel 1438. La Repubblica si accolla parte delle spese; il grosso viene messo dalla vedova, di ricca famiglia di suo, con finanze irrobustite dalla cospicua eredità del consorte.

A due passi dalla casa dove Gattamelata si è spento, nella strada che corre dietro il Duomo, c’è un’altra prestigiosa dimora che nel secolo precedente ha ospitato uno dei maggiori intellettuali della storia, Francesco Petrarca. È già diventato celebre, al punto da indurre Jacopo II da Carrara, signore di Padova a invitarlo ripetutamente in città; rientra nella politica dei Carraresi quella di investire in cultura, smentendo quel ministro dei nostri tempi secondo il quale con la cultura non si mangia.

Per convincerlo, gli fa una di quelle offerte cui è difficile rinunciare: l’assegnazione di un canonicato della Cattedrale, vale a dire il ruolo di chierico che fa parte del Capitolo e partecipa alla liturgia solenne e all’amministrazione della diocesi. Il ruolo, soprattutto, include una generosa prebenda. Allettato dalla proposta, Petrarca arriva a Padova nel 1349, e il 18 aprile assume ufficialmente la carica: che comporta un generoso assegno annuo di 200 ducati d’oro, e un’abitazione a ridosso del Duomo utilizzabile a vita.

La “location” è di tutto rispetto: l’edificio si estende su due piani; al piano terra si trovano quattro camere, due caneve (cantine), una corte, una stalla per i cavalli, un’altra corte per le galline e un pozzo; al piano superiore ci sono altre quattro camere, tre depositi per vivande e cereali, lo studio e uno studiolo. È qui che Petrarca scrive alcuni tra i suoi capolavori più famosi, tra cui: i Trionfi, l’Africa e il Canzoniere. Oggi la casa è chiusa al pubblico, e viene utilizzata dalla diocesi per le sue attività; della presenza del poeta rimane traccia in una lapide collocata all’esterno. 

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