Dallo Storione al Fanti e all’Aquila d’oro: quando il lusso padovano ospitava poeti, generali e re
Lo Storione da taverna degli ambulanti ad albergo volto della modernità: un Liberty che resiste fino agli anni ’50 ridisegnato dall’archistar Gio Ponti. E poi il Fanti e l’Aquila d’oro che ha lasciato il posto alla Casa del Pellegrino

Chi l’avrebbe mai detto, che un’anonima bettola dell’Ottocento a ridosso delle piazze centrali sarebbe diventata il più lussuoso hotel padovano, un “cinque stelle” doc destinato a rimanere in servizio fino agli anni Sessanta del secolo scorso? Eppure proprio questo era il mitico Storione: una modesta taverna, etichettata come “birraria”, dove gli ambulanti di piazza delle Erbe e piazza delle Frutta andavano a ristorarsi nelle pause del lavoro.
E fu proprio in questo periodo che il locale prese il nome che lo contraddistinguerà fino a fine servizio: un giorno un gruppo di amici portò al cuoco un poderoso storione pescato nelle acque del Brenta; il pesce venne cucinato con i dovuti crismi e consumato, e fu immortalato nell’insegna.
L’edificio cambia radicalmente volto nel 1892. È una stagione di eccezionale dinamismo per Padova, che si dà un nuovo volto urbanistico modernizzandosi in maniera accentuata. Anche in città irrompe la belle époque, e si decide di darle una testimonianza edilizia, con la riconversione in albergo stile liberty del popolarissimo Storione.
Del progetto si occupano due stimati ingegneri, Giulio Lupati e Marco Manfredini; i lavori si protraggono per anni, registrando varie modifiche. Una data da incorniciare è quella del 1903, quando il complesso viene arricchito con un autentico gioiello, su diretta iniziativa del sindaco dell’epoca, Vittorio Moschini, figura dotata di grande sensibilità culturale.
È lui a decidere che la monumentale sala da pranzo (20 metri per 9) deve diventare il top dell’hotel, e per questo ne affida la decorazione a Cesare Laurenti, tra i più quotati pittori del momento. Ne esce un autentico capolavoro, grazie a un ciclo decorativo di grande pregio cui contribuiscono anche due altri artisti, Alessandro Milesi e Pietro Fragiacomo.
Il nuovo Storione viene solennemente inaugurato sabato 3 giugno 1905, anche se in realtà è già entrato in opera da tempo, richiamando da subito una clientela di primissimo piano; in particolare durante la Grande Guerra (Padova dopo la rotta di Caporetto del 1917 diventa per un anno la “capitale al fronte”), quando vi scendono sia pure per brevi periodi i generali Luigi Cadorna e Armando Diaz, e personaggi di grido come Gabriele D’Annunzio e Ugo Ojetti.
Memorabile rimane, nella lunga vicenda dello Storione, la gestione affidata a inizio Novecento a Giulio Cecchinato, esemplare nella conduzione dell’hotel ma con qualche conflitto tutt’altro che irrilevante con la lingua italiana. Sono conservate nelle cronache alcune sue gaffes: come quella volta che, vantando il servizio di termosifoni di cui era dotato l’albergo, spiega che «mia moglie se non ha almeno un paio di gladiatori in camera non dorme»; e come quando, commentando una partita di calcio, sentenzia: «La prima linea transval, ma la seconda ha di quelle lagune…».
A fine anni Cinquanta lo Storione chiude i battenti, e l’edificio viene rilevato dalla Banca Antoniana di Padova e Trieste (poi Antonveneta), che ne affida la ristrutturazione a un’autentica archistar, Gio Ponti. Infine, negli anni Duemila viene acquistato dall’Università, che lo adibisce ad uffici.
Altro hotel top nella storia padovana è il Fanti (dal nome del suo proprietario) Stella d’Oro, il più rinomato della città prima dell’apertura dello Storione, situato in piazza Garibaldi: luogo strategico quest’ultimo, in precedenza conosciuta come piazza della Paglia e piazza dei Noli, prima di essere intitolata all’eroe di Caprera nel 1866. Qui aveva sede un fiorente commercio di fieni e foraggi, e operavano varie figure legate al comparto, dai noleggiatori di cavalli e carrozze ai maniscalchi, dai sellari ai morsari.
Questo aveva favorito il sorgere di numerose locande, oltre a stazioni di posta: alla Spada, al Cappello, alle Chiavi, al Sole, alla Torre; e in particolare lo Stella d’oro, acquistato appunto da tale Fanti, diventando il punto di riferimento di vip internazionali della politica e dell’economia. È tra i primi esercizi della città a dotarsi di illuminazione elettrica e riscaldamento a vapore.
Tra gli ospiti più illustri figurano teste coronate come Alessandro I di Prussia e Ferdinando IV di Napoli, il generale Radetzky, François de Chateaubriand, Cecil Rhodes. Singolare la narrazione che le cronache dell’epoca fanno del soggiorno di quest’ultimo: «Proveniente da Parigi, arriva a Padova a bordo di una superba Panhard…
Scende al Fanti, dove gli è stato preparato un salone riservato molto caldo; vi si rinchiude con i suoi compagni di viaggio, sbriga la corrispondenza e fa colazione usando molti liquori… Durante la sosta, la sua splendida macchina giallo e crema, a sei posti, è oggetto dell’attenzione dei passanti». Accurata anche la descrizione del personaggio: «È di altastatura, complesso e robusto; ha l’aspetto di un mercante di campagna, poco accurato nel vestire, bonario e rubicondo in faccia».
Il capostipite dell’hotellerie padovana è stato fin dal Settecento l’Aquila d’oro, in via Cesarotti. Ha accolto autentici vip, come ricordano due epigrafi conservate all’interno: «A Giuseppe II Imperatore Cesare Augusto, a Pietro Leopoldo Granduca di Toscana e ai fratelli Ferdinando e Massimiliano, 29 Maggio 1775, che qui alloggiarono insieme, Giovan Battista Ceoldo pose; a Pietro Leopoldo II Imperatore Cesare Augusto, a Ferdinando IV Re delle due Sicilie, a Maria Carolina d’Austria sua moglie, a Maria Teresa di Borbone sua figlia, a Carlo, Luigi, Giovanni, Alessandro, Leopoldo, Giuseppe, fratelli, che nei giorni 4, 5, 6 Aprile 1791 qui insieme furono ospiti». Oggi quello spazio è occupato dalla Casa del Pellegrino, di proprietà dei frati del Santo.
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