«C'è meno voglia di sacrificio»
Nicola Mazzucato racconta la pallaovale di oggi

NICOLA MAZZUCATO Coach Cus Padova
PADOVA.
Lo scorso luglio ha salutato tutti ed è partito per il Cammino di Santiago de Compostela. A piedi, da Saint Jean Pied de Port alla tomba di San Giacomo e poi oltre, sino a Finisterre. 900 chilometri circa. Se non lo conosci bene, da Nicola Mazzucato, 39 presenze nella Nazionale di rugby, tre scudetti vinti e due Mondiali disputati, non ti aspetteresti un'esperienza del genere. E invece ha fatto anche questo l'allenatore del Cus Padova rugby. «Era da quando giocavo che mi ero riproposto di andarci», confessa Nicola.
«A bloccarmi - prosegue - sono sempre stati gli impegni agonistici: non ne ho mai avuto il tempo. Quest'estate, finalmente, sono riuscito a trovare un mese tutto per me. Non è stato un viaggio dettato dalla fede ma più dalla voglia di trovarmi da solo con me stesso, camminare e riflettere. Quando posso, mi piace ritagliarmi uno spazio tutto mio. Per l'estate prossima, ad esempio, mi piacerebbe andare a Capo Nord in moto». Al ritorno, ha ricominciato a preparare la squadra ma anche a lavorare al C2 Zone, il negozio di articoli sportivi che la società universitaria gestisce in centro. Come si conciliano queste due esperienze così diverse? «E' la prima volta che affronto un lavoro nel commercio. Ho sempre giocato e poi cominciato ad allenare come secondo al Gran Parma. Nel momento in cui mi è stato proposto di venire qui come primo tecnico ho accettato di buon grado, perché mi piaceva l'idea di ricominciare una nuova carriera dal posto in cui sono nato sportivamente. Però il Cus non è una società professionistica e così avevo gran parte della giornata libera e dovevo trovare un modo per riempire quel tempo. Quando mi è stata proposta questa doppia mansione l'ho trovata stimolante e tutto sommato simile a quella dell'allenatore, perché ti trovi a gestire delle persone che lavorano con te, anche se in questo caso sono solo 6 e non i 40 della rosa di una squadra».
La voglia di fare esperienze nuove non le manca. A fine carriera, ad esempio, è andato al Waterloo, in Inghilterra, lasciando la nostra serie A per una Terza divisione.
«E' stata un'esperienza di studio, perché lì ho preso il patentino da allenatore e ho perfezionato la lingua. Era un mondo dilettantistico sulla carta, il livello è quello della nostra serie A. L'aspetto che più mi è piaciuto è l'approccio che c'è nei college, la la passione per lo sport».
Come ha trovato l'ambiente del nostro rugby negli anni?
«In generale sono cambiati i ragazzi. Oggi c'è meno voglia di sacrificarsi, di fare fatica. Ricordo che quando giocavo in serie C, all'inizio della mia carriera, eravamo noi giocatori a chiedere di poterci allenare tutte le sere e poi facevamo un surplus di sedute atletiche con Felicino Santangelo perché se la qualità media della squadra era bassa, almeno volevamo correre più degli altri. Con quel gruppo siamo arrivati in serie A. Oggi, invece, spesso bisogna pregare i ragazzi perché vengano al campo».
Il ricordo più bello?
«Potrei citare il Mondiale del 2003, ma in realtà mi piace ricordare soprattutto il clima che ho sempre respirato, di assoluta partecipazione».
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