Il coro “Pi” per Toni Gregori Amarcord Petrarca anni ’80

NOVENTA. Il campo Tre Pini culla della cinquina di scudetti degli anni 70 era diventato stretto e il Plebiscito diventò necessario perché ormai il pubblico s’era appassionato alla serie A del rugby. Anche se mancava ancora una tribuna e chi voleva stare al sole si sedeva sulle gradinate di tubi innocenti, le domeniche degli anni 80 si andava lì a vedere il Petrarca. Quello dei 4 scudetti (con Boccaletto il primo, di Munari gli altri tre, Geremia presidente e la Guizza ancora un cantiere) sino all’87 che pareva non si dovesse mai smettere di contare. E invece furono gli ultimi sino al trionfo di Rovigo nel 2011, 25 anni dopo e in campo i figli di chi giocava allora. Il tifo era bello caldo e quando arriva L’Aquila, Rovigo o Treviso non trovavi posto neppure con la raccomandazione dei frati dell’Antonianum. I numeri più applauditi? Le finte di Campese e il carrettino dei primi otto, il marchio di fabbrica del Petrarca con i passi scanditi dalle urla sugli spalti. Spettacolo nello spettacolo, quando qualcuno finiva disteso, era l’entrata di Toni Gregori. Il massaggiatore. Col suo passetto di corsa stretto e rapido da cartone animato e l’affanno in volto. La sua recente scomparsa è stata come un clic per la memoria di un gruppo che, nei giorni scorsi - a settimane dal funerale - l’ha voluto ricordare con una cena a Noventa. Con tanto di coretto “Pi....” a svegliare il resto del ristorante.
E in un attimo s’è rivisto quel Petrarca, quel gruppo, quell’ordine e quelle certe gerarchie interne che si creano nelle squadre. E le battute. Che oggi come allora piovono a raffica da Vittorio Munari, il loro allenatore. Poco più grande di quei ragazzi. Puffi, Debe, Galeazzo che spiega le regole agli arbitri, Gardin che manda in meta l’ala con un rasoterra, piccoli strappi a un copione che invece era rigidamente lo stesso per riuscire a vincere così tanto e che per questo sono raccontati come delle avventure, delle meraviglie. Munari ha avuto un aneddoto per tutti. Ma anche a lui è capitato di restare muto quando i suoi sbagliavano un ordine. Allora era Zulian a sussurargli «Vittorio...trova un tendone, perché i pajassi i ghe xe già ».(f.z.)
Riproduzione riservata © Il Mattino di Padova








