Ciak, si gira l’Emilia. Terra di capolavori, fra cinema e gusto

I 50 anni di “Novecento”, film cult di Bertolucci, invitano i scoprire altri set famosi tra Reggio, Parma e Piacenza: da “Peppone e Don Camillo” alle opere “ribelli” di Bellocchio, dai luoghi di Ligabue a Casa Guareschi

 

Renato Malaman

L’Emilia come un grande set. Per rivivere, sui luoghi dove sono stati girati, alcuni capolavori cinematografici, a iniziare da “Novecento”, passando per la saga di “Peppone e Don Camillo” e focus finale sui film “ribelli” di Marco Bellocchio.

Un originale fil rouge culturale che lega le province di Reggio Emilia, Parma e Piacenza e itinerario che traccia un parallelo con i capolavori del gusto, frutto anch’essi di genio e di caparbietà.

Ovvero i valori che ogni giorno ci regala questa terra “grassa” e generosa: dal Parmigiano Reggiano all’Aceto Balsamico Tradizionale, al Culatello e a certi vini d’autore dal carattere leggero ed esuberante.

Un percorso capace di suscitare emozioni, risvegliare ricordi e soprattutto stimolare un viaggio in questa regione, sospesa fra il Po e l’Appennino, dove si alternano paesaggi di grande bellezza, anche se in qualche caso avvolti nella romantica solitudine della pianura. Paesaggi degni, appunto, di un “ciak” d’autore.

Cinquant’anni fa, nel 1976, Bernardo Bertolucci presentandola al Festival di Cannes consegnava alla storia del cinema uno dei suoi capolavori: “Novecento”. Uno dei “100 film italiani da salvare”.

Un’opera che è stata anche un grande atto d’amore verso la sua terra, quell’Emilia padana che è terra contadina impastata di valori antichi,attraversata da conflitti sociali, già “cantata” anche dal padre Attilio, poeta che ha sempre avuto uno sguardo chino sul mondo degli umili.

Il grande “affresco” di “Novecento”, film capolavoro capace di rendere lirico il riscatto dei contadini, bene ci introduce nell’itinerario a sfondo cinematografico che Visit Emilia propone agli appassionati di turismo culturale, soprattutto ai cinefili. Un itinerario che si srotola come una pellicola offrendo scenografie da guardare (e da gustare) anche dietro le quinte.

Roncole Busseto, Guareschi “vicino di casa” di Verdi

Bernardo Bertolucci per girare il suo “Novecento” aveva portato De Niro, Depardieu, Burt Lancaster, Alida Valli e Stefania Sandrelli in una cascina, la Corte delle Piacentina, dove i

personaggi del film sembrano ancora lì, dietro ogni porta. Il luogo oggi si chiama “La Corte degli Angeli” e si trova, immerso nella campagna silenziosa e incorniciato tra filari di pioppi, a Roncole Busseto (Parma).

Roncole che è anche il paese natale di Giuseppe Verdi (la casa dove vide la luce è oggi un museo) e dove decise di risiedere Giovannino Guareschi, il “padre” di Peppone e Don Camillo che lì aveva acquistato per sfizio un’osteria, oggi trasformata dai suoi eredi in un centro di documentazione, forte di oltre duecentomila pezzi che ricordano la figura e l’opera dello scrittore e giornalista satirico, già direttore del “Candido” e già capo redattore del “Bertoldo”, diretto da Cesare Zavattini.

“Casa Guareschi” è gestita dal Club dei Ventitrè, che conserva anche l’archivio. Il figlio dello scrittore, Alberto, insieme alle nipoti gestisce con cura tutta familiare la collezione e, sempre con il Club dei Ventitre, apre le porte a questa sorta di museo “fatto in casa”, dove si va alla scoperta di uno dei geni più controversi, più creativi e più acuti del giornalismo e della letteratura popolare italiana del ‘900.

Un signor “bastiancontrario” che amava andare sempre controcorrente, o meglio dire quello che pensava, tanto da aver dovuto pagare prima con il lager e poi con il carcere questa sua schietta e ribelle libertà di pensiero.

“Corte degli Angeli”, anche il proprietario nel cast

In “Corte degli Angeli”, oggi trasformata in un agriturismo B&B di charme oltreché sede di un’azienda agricola, ad aprire il cancello sono Alessandro Lusardi e Milly Freddi, una coppia che per nulla al mondo cambierebbe anche un solo mattone di questo luogo.

Alessandro all’epoca del primo ciak di Bertolucci era un ragazzino di 8 anni. Il regista lo scelse per qualche scena del film. “Ho interpretato il bambino che viene spidocchiato dalla madre - racconta - che nel film era Milena Vukotic”. Il restauro della corte è stato lungo, ma il risultato è la restituzione di tutto il suo fascino padano a questo luogo di grande suggestione.

“Nessuno della famiglia Bertolucci è mai venuto qui, purtroppo - si rammarica Milly - ma siamo fiduciosi. In Corte è rimasto tutto uguale, tutto come nel film. Ecco, qui c’era la camera di Olmo.

Ciò nonostante sono pochi fra i nostri ospiti che sono a sapere, prima di arrivarci, che questo luogo è stato il set di un film cult, tradotto in tante lingue”. In attesa che almeno per il cinquantesimo di “Novecento” (girato nel 1975, ma presentato nelle sale l’anno successivo) arrivi una targa, qualche pellicola del backstage da mostrare, qualche cimelio, ci si gode il magnetismo poetico del luogo, dove l’orizzonte della campagna, specie durante la spoglia stagione invernale, si impasta di tinte acquerellate ed è mosso soltanto dal profilo di cascine, piante secolari e da qualche campanile lontano.

Se il ricordo di Bertolucci qui, nonostante gli sforzi, rischia di sbiadire, a Parma c’è chi lo sta ravvivando. Nel Palazzo della Provincia ha sede la Fondazione Bertolucci, nata dal desiderio della moglie di Bernardo, Clare Peploe, intellettuale e regista inglese, di mantenere in vita tutto ciò che era caro a Bernardo (mobili, arredi, foto, opere d’arte e persino gli Oscar); un patrimonio che ora è gestito dalla nipote Valentina Ricciardelli (nella foto).

Un piccolo museo dove è stato riallestito anche lo studio del regista di “Novecento” e, non dimentichiamolo, de “L’ultimo Imperatore (film dei 9 Premi Oscar). Un luogo che ricorda pure suo padre Attilio, il poeta, cresciuto in un’agiata famiglia di possidenti, ma che non riuscì a sottrarsi all’urgenza di dedicare la sua vita alla letteratura e alla poesia.

“Presto la fondazione allestirà una sede più adeguata - anticipa Valentina, nipote di Bernardo, milanese che si sta dedicando anima e corpo alla memoria dello zio e del nonno -. I 50 anni di Novecento possono diventare lo stimolo giusto”.

La Brescello di Gino Cervi e Fernandel

Di ciak in ciak. Tra Reggio Emilia, Parma e Piacenza la memoria cinematografica tende imboscate piacevoli e sorprendenti. Ed eccoci a Brescello, in provincia di Reggio Emilia, a due passi dal Po, dove ogni angolo ricorda il set di Peppone e Don Camillo, personaggi usciti dalla fervida e sulfurea penna di Guareschi.

Cinque film in 19 anni, con Gino Cervi e Fernandel ormai inseriti nella comunità locale, talmente erano diventati presenze familiari.

Fu il regista del primo film, il francese Julien Duvivier, nel 1952 a scegliere Brescello come set. “Ecco il paese”, disse e la frase è ora incisa in una lastra di corten all’ingresso del paese. La scelta di Brescello però non piacque a Guareschi, non fosse altro che per spirito campanilistico, visto che lui è parmense.

Brescello conserva tutto di quei mitici film: la Casa del Popolo, la piazza del comizio e della processione, il municipio e la chiesa di Santa Maria Nascente (dove c’è Il Crocefisso “parlante” del film), con le statue del sindaco e del prete più popolari d’Italia (almeno cinematograficamente parlando) in atteggiamento di perenne sfida.

E poi il museo, le targhe ricordo affisse in ogni via del paese. Sembra di ritrovare l’atmosfera di quei tempi, di quelle elezioni del 1948, svoltesi in un clima di contrapposizione politica e sociale rovente. Da una parte la Dc filo americana, dall’altra il PCI filo sovietico: non c’è locale di Brescello il cui nome non ricordi i film e i loro personaggi. Qui quel mondo di celluloide è realtà quotidiana, così da dare più senso al “pellegrinaggio” cinematografici che muove i tanti appassionati. I più anziani ricordano anche il momento in cui, era la primavera del 1970, Fernandel si sentì male accasciandosi in piazza.

Malore che annunciava, purtroppo, la morte dell’attore, avvenuta qualche mese dopo (il 26 febbraio 1971) in Francia. Gino Cervi era talmente legato a Fernandel che si rifiutò di lavorare con un’altra spalla.

In ottobre una rievocazione, il “Parva Mundi”, ricrea il clima di quelle elezioni del 1948, ricordando anche la grande processione per ingraziarsi il Po, il “dio fiume” che qui è padrone dei destini di queste lande. La Fondazione “Paese di Don Camillo e Peppone” propone degli interessanti itinerari di visita (Augusto Abbati, presidente, 349 3701397).

Bobbio, il ponte del Diavolo e il festival 

Di film in film. Si risale il fiume Trebbia, anzi la Trebbia, per arrivare alla più ligure della città piacentine: la Bobbio di Marco Bellocchio, il regista che più volte le ha rivolto attenzioni, affetto e sguardi cinematografici, a partire dal suo film d’esordio “I pugni in tasca”, l’opera che nel 1965 ne ha rivelato il talento e che è ambientata nella casa di campagna della madre.

Il film ha svelato la bellezza di tanti scorci di questo luogo, che è fra i “Borghi più belli d’Italia”, a partire dal suo simbolo: il Ponte Gobbo detto anche Ponte del Diavolo per via di una leggenda, che racconta di come San Colombano beffò Satana. Una scena del film si svolge nella torre del Duomo e la sua parte più drammatica nel dirupo di Castelletto.

Bellocchio, che oggi ha 86 anni, a Bobbio presiede tuttora il “Bobbio Film Festival”, la rassegna cinematografica d’autore. E’ una sua creatura: ogni anno, all’inaugurazione, il regista invita padrini autorevoli. Gli sfondi legati alla Trebbia, che ritroviamo anche nel suo “Vacanze in Val Trebbia”, rivelano un legame affettivo indissolubile.

Nel film “Sangue del mio sangue”, sempre di Bellocchio, riprende vita l’atmosfera della Bobbio Medioevale, con protagonista l’Abbazia di San Colombano, il pellegrino evangelizzatore che nel VI secolo giunse fin qui dopo un viaggio iniziato nella lontana Irlanda, per poi morirvi ed esservi sepolto. La sua tomba in duomo è tuttora meta di pellegrinaggi europei.

Gualtieri, anche i costumi di Maria Callas

I richiami cinematografici rendono ancora più appetibile una terra che è già “appetitosa” di suo. Sia perché questa parte dell’Emilia è forte di tradizioni gastronomiche di eccellenza, sia perché le sue città e i suoi borghi generano “appetiti” culturali.

Come Reggio Emilia, dove nell’elegante centro storico svetta il Palazzo del Comune, dove orgogliosamente la Repubblica Cisalpina il 7 gennaio 1797 issò il primo tricolore.

E poi, seguendo il richiamo del Po, ecco Gualtieri, a cui ha dato celebrità il genio artistico di Antonio Ligabue. Le sue opere - che utilizzava spesso come moneta per pagarsi piccole necessità quotidiane - sono ovunque e ovunque c’è qualcosa che ricorda questo pittore eccentrico e visionario del Novecento.

Ma Gualtieri è famosa anche per essere stata la Corte dei Bentivoglio, famiglia che, in “fuga” da Bologna, aveva ricreato intorno al proprio Castello (tuttora scrigno di tesori artistici) un ricco polo culturale, arricchito dalla presenza del Teatro Rovesciato, un unicum di grande fascino.

Al primo piano del palazzo, opera magna del Conte Ippolito, c’è la Fondazione Museo Antonio Ligabue, che ospita anche l’esposizione dei costumi da scena realizzati da Umberto Tirelli, il sarto che ha vestito i grandi del cinema, della lirica (anche Maria Callas) e del teatro.

Anche qui tanto cinema, dunque. I film dedicati a Ligabue, quello recente “Volevo nascondermi”, con Elio Germano (nella foto) a interpretare l’attore, ma anche lo sceneggiato del 1977 (pure di produzione Rai) con protagonista Flavio Bucci, hanno come sfondo l’inconfondibile set naturale di Gualtieri: il Palazzo Bentivoglio, le vie del paese, le golene del Po, dove Ligabue “parlava” agli uccelli del fiume, che poi dipingeva mirabilmente.

Anche la vicina Guastalla con il suo sorprendente Palazzo Ducale abbaglia per la ricchezza dei tesori d’arte messi in vetrina nel corso della storia. Soprattutto ai tempi dei Gonzaga. Un’ala del palazzo ospita la prestigiosa Quadreria Maldotti. Nel film “Novecento” il palazzo fa da sfondo alla scena in cui Attila (Burt Lancaster) si fa confezionare la camicia nera da squadrista. Un dettaglio che ai cinefili non può sfuggire.

Fra i tesori del Granducato anche il Klimt dei misteri

E che dire di Parma? La città granducale dei Farnese e di Maria Luigia, splendente ancora oggi dei suoi palazzi e delle sue chiese, teatro anche di progetti urbani ambiziosi, come quello del recupero della Pilotta e del suo ambito urbano, ma improntati soprattutto ad alzare ancora di più la qualità della vita.

Fra i mille tesori di questa capitale della cultura è la Cupola affrescata del Correggio, all’interno del duomo, il Battistero, i palazzi dei Farnese.

Anche Piacenza con i suoi teatri (nella foto il “Municipale”), i luoghi di cultura e le pinacoteche (famosa la Galleria Ricci Oddi, dove nel 2007 avvenne il furto del “Ritratto di Signora” di Klimt, ritrovato nel 2019 da un dipendente, come in un giallo: opera che peraltro nasconde un’altra opera, il ritratto di un’altra donna visibile solo ai raggi X scoperto da una studentessa in tesi nel 1996) e le due iconiche statue equestri reali dal Mochi in piazza Cavalli, esibisce i fasti di quand’era capitale di uno dei ducati più illuminati dell’800.

Anche qui c’è un legame forte con Marco Bellocchio. La Fondazione “Fare Cinema”, dal nome dello storico corso ideato e lanciato dal regista. Il corso è confluito nell’innovativo progetto “Bottega XNL”, luogo in cui i maestri del cinema fanno scuola, insegnando ai giovani la loro arte come succedeva nelle botteghe del Rinascimento.

Paola Pedrazzini, anima del progetto, fa notare che qui l’apprendimento si concretizza nella produzione di un film o di un’opera teatrale. Una curiosità: il Leone d’oro alla carriera, alla Mostra del Cinema di Venezia del 2011, Bellocchio lo ha ricevuto dalle mani di Bernardo Bertolucci.

Caseifici, acetaie e quei “Figli delle nebbie”

E infine il cibo e le tante produzioni di nicchia che hanno fatto meritare a questa regione il titolo di Food Valley. Una riprova? Nel recente Rapporto sul Turismo Enogastronomico (presentato a Parma il 16 dicembre) l’Emilia risulta al secondo posto fra le destinazioni su questo tema, alle spalle della Toscana.

Anche questo dei prodotti artigianale di qualità, dunque, è un “cinema” fatto di capolavori. Dal prosciutto di Parma, al culatello di Zibello (che qui chiamano il “il figlio delle nebbie”, quelle che affinano la sua doppia stagionatura), il Parmigiano Reggiano eccellenza mondiale, l’Aceto Balsamico Tradizionale di Reggio Emilia DOP, che nella solitudine templare delle antiche acetaie riposa per 12 anni in piccoli caratelli.

Per poi regalare quella sua preziosità misurabile a gocce che lo rende degno di una gioielleria. All’Acetaia San Giacomo di Novellara , in una corte del ‘600, riposano a lungo i caratelli del Balsamico purissimo, che viene rincalzato periodicamente secondo un metodo ancestrale. La degustazione è un’autentica lezione di storia e di buone tradizioni.

Stupisce entrare in un piccolo caseificio a gestione familiare del Parmigiano Reggiano, la Fattoria Scalabrini di Bibbiano in Val d’Enza, e assistere all’artigianalità delle operazioni che, partendo dal caglio, costruiscono la bontà inimitabile di questo prodotto.

In stalla 980 bovini, di cui la metà in lattazione: regalano una trentina di forme al giorno. La degustazione finale, dopo la visita da wow al magazzino di stagionatura di migliaia di forme, fa capire la differenza fra le varie stagionature.

Tante soste golose

 

A Brescello l’Osteria La Botte Golosa propone una cucina semplice, rustica e saporita: i tortelli con le erbette o con la zucca, gli strozzapreti (esentato Don Camillo…), i formaggi con le mostarde, i vini del territorio.

A Reggio Emilia, in una corte del centro storico, c’è il Caffè Arti e Mestieri, un ristorante dal fascino sospeso fra tradizione e Belle Epoque immerso in un giardino che incornicia la tradizione con gusto e ricercatezza. Apre l’immancabile “erbazzone”, poi i tradizionali cappelletti in brodo di manzo e cappone, la guancia brasata con topinambur e biete. Notevole la cultura sul Lambrusco.

A Soragna, la città della Rocca dei Cantalupi, c’e un’osteria che sembra un bijoux. Si Chiama Locanda del Culatello ed è un’osteria che conquista subito: parte dell’arredo è affidata ai culatelli, appesi al banco dell’affettatrice.

Ma tutto l’ambiente, che si affaccia nella centralissima Piazza Garibaldi, ricorda l’atmosfera delle cose buone dell’Emilia. Ivan Gepri e Francesca Carrozzo (nella foto sotto, con i loro collaboratori), appassionatissimi del prodotto artigianale di alta qualità, sono diventati ambasciatori delle tante prelibatezze che l’osteria propone.

 

A Bobbio, poco sopra il centro della città, c’è il “Cappon magro”, ristorante che ricorda lo stile della trattoria. Lo stesso che si ritrova nel piatto: i tre salumi DOP di Piacenza (la coppa, il salame e la pancetta) la fanno da padroni. E poi le lumache alla bobbiese, altro caposaldo della cucina locale; poi , la “sbrisolona” con lo zabaione. Ma la cucina di questo bel locale è un riuscito mix fra tradizione e innovazione.

In centro a Piacenza merita decisamente una sosta il bistrot Ragò, non fosse altro che per i suoi taglieri (imperdibile il “Capitelli”), preparati con prodotti artigianali Dop della zona. Il locale si connota per il suo stile informale. Ideale anche per chi sceglie solo l’apericena. Menu che strizza l’occhio alla tradizione. Non mancano le tre Dop piacentine e un ventaglio di formaggi del territorio. Locale molto frequentato dai giovani.

Alla cantina “La Tosa”, incastonata fra le colline a Vigolzone (Piacenza), c’è un museo del vino che lascia a bocca aperta, con una delle biblioteche di settore tra le più ricche d’Italia. Stefano Pizzamiglio, è anfitrione appassionato e sa raccontare storie belle, di quelle che solo una famiglia dedicata a quest’arte può mettere insieme.

E pensare che Stefano e il fratello Ferruccio erano destinati a diventare medici come il papà. Dalla loro cantina, appartata fra i calanchi, poco lontano dalle rive del Trebbia, escono vini sinceri. Certo, anche il Gutturnio che qui mette la livrea della “Riserva”.

Vini cantastorie, perché in questo angolo di Emilia le storie oltreché belle sono anche buone. E meritano di essere narrate e “vissute” come in un film. Emilia, terra di capolavori, appunto…

Non stupisce che Visit Emilia stia declinando questi capolavori in tanti itinerari tematici diversi, come questo viaggio fra cinema ed enogastronomia, che regala dei primi piani e dei “fermo immagine” unici su questa terra sospesa fra le province di Reggio Emilia, Parma e Piacenza.

“Il turismo oggi ha bisogno di nuove idee” ha detto il giovane presidente Simone Fornasari, esperto di marketing territoriale “di una narrazione capace di creare suggestioni e anche di nuove sinergie. La cultura delle nostre terre, letteralmente parlando, aiuta ad uscire dai luoghi comuni e a creare nuove visioni da proiettare in un grande schermo. E l’Emilia lo è”.

 

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