Antonio, il carcere, la nuova vita: «Ho perso l’amore delle mie figlie»

La rinascita grazie al lavoro dentro e fuori dal Due Palazzi di Padova, dove ha trascorso alcuni anni: «Adesso sono un altro uomo»

Marta Randon
Lavoratori delle cooperativa. La storia di Antonio, laureato, finito in carcere per reati finanziari
Lavoratori delle cooperativa. La storia di Antonio, laureato, finito in carcere per reati finanziari

«Il prezzo che sto pagando è altissimo. Ho perso mia moglie e soprattutto l’amore delle mie figlie». Antonio, lo chiameremo così per tutelare la sua privacy, è uscito dal Due Palazzi il 2 febbraio del 2017.

Quando è entrato era il 2011, aveva 42 anni, una famiglia, una laurea in Economia e commercio e un’azienda ereditata dal padre in grosse difficoltà che aveva cercato «di salvare». «Ma le scorciatoie portano in carcere», racconta.

La Cooperativa Giotto compie 40 anni: «Noi puntiamo in alto»
Nicola Boscoletto, uno dei fondatori della cooperativa, e Maurizio Donato, lavoratore che si occupa del verde

Oggi lavora per la cooperativa Giotto, è team leader. «Gestisco una quarantina di persone e restituisco quello che ho ricevuto. Ho varie commesse: parchi pubblici, Veneto lavoro, Centri per l’impiego, Acli, Infocamere».

Perché è stato arrestato?

«Reato di tipo finanziario con un’accusa infamante: associazione a delinquere di stampo mafioso. Un reato che prevede l’alta sicurezza, a metà strada tra un detenuto comune e un 41 bis. C’è stata una retata di 22 persone, con il senno di poi posso dire di essere stato fortunato perché sono finito a Padova».

Al Due Palazzi che opportunità ha avuto?

«Grazie al lavoro sono rinato. Forse qualcuno arrestato con me poi ha avuto la stessa fortuna. Dico mi sembra perché qualcosa ho rimosso».

Si rimuove?

«Ci sono cose che, pur di non pensarle, il tuo cervello ti aiuta ad accantonarle».

Per la vergogna? Per l’orrore verso se stessi?

«Ho fatto scelte sbagliate, soluzioni veloci, ero consapevole che poteva succede qualcosa di brutto, ma non di così eclatante. Il rischio è stato enorme, come quello che ho perso»

Che cosa ha perso?

«Dopo l’arresto mia moglie non è più venuta in carcere e non mi ha più portato le bambine. Due anni senza vederle».

Quanti anni avevano le sue figlie?

«10 e 3 anni»

Oggi che rapporti ha con la sua famiglia?

«Sono separato. Dopo la detenzione i rapporti con le mie figlie sono scemati sempre di più, ci vediamo pochissimo».

Che cosa le dicono?

«Sostengono di non essere arrabbiate, ma non hanno voglia di vedermi».

In carcere com’è entrato in contatto con la cooperativa Giotto?

«Di solito chi ha la fortuna di lavorare in carcere è un definitivo, io ero un giudicabile. Dopo 72 giorni di isolamento mi hanno portato in sezione, mi sono iscritto a Legge per sopravvivere. A giugno 2013 ho fatto i colloqui con la psicologa della Giotto e a novembre ho iniziato a lavorare con loro».

Di cosa si occupava?

«Lavoravo al call center. Controllo contratti per Illumia luce e gas. Poi ho cominciato a trattare i condomini. Dopo tre anni e tre mesi sono uscito dal Due Palazzi per trascorrere un anno ai domiciliari, prima di entrare nel carcere di Tolmezzo e poi tornare al Due Palazzi. Sono riuscito a lavorare anche in smart working».

Di recente al Due Palazzi ci sono stati due suicidi. Ha mai pensato di togliersi la vita?

«Sì, dopo qualche giorno».

Cosa vuol dire vivere in carcere?

«Subito non ti rendi conto. La prima cosa è l’indifferenza delle persone che hai intorno. Dopo capisci che le ore non hanno un peso, una quantità, non sono niente. Capisci però che puoi iniziare a riflettere su chi sei davvero. Quando qualcuno fa il furbetto significa che si è sovrastimato. Capisci che il mondo non dipende da te. Penso che tutti quelli che sono in carcere in qualche modo si siano sovrastimati».

Perché ci si sovrastima?

«Perché fondamentalmente si è soli»

All’inizio chi l’ha aiutata al Due Palazzi?

«I volontari. Ho capito che si può dare tanto anche gratuitamente. Prima questo per me è impensabile».

È nonno?

«Non ancora».

Gli occhi di Antonio diventano rossi, le lacrime scendono.

La cosa che oggi le fa più male?

«Non sono riuscito a ricostruire un rapporto con le mie figlie. Mi sento un’altra persona. Grazie alla cooperativa Giotto ho potuto ricrearmi una vita, cambiare le mie frequentazioni, il passato non c’è più»

Una cosa che la rende felice?

«Oggi posso essere una persona nuova, un riferimento per chi ha bisogno. Quello che hanno fatto con me».

Alla fine è riuscito a prendere la seconda laurea?

«Mi mancano due esami». —

 

Riproduzione riservata © Il Mattino di Padova