Massacro, l’ateneo in rivolta: e gli sbirri finiscono alla forca

L’omicidio di tre studenti in piazza dei Signori scatenò lo scontro sociale. I giovani disertarono le lezioni e la Serenissima arrestò diciannove agenti: il processo portò a un verdetto con condanne dall’impiccagione all’ergastolo

Francesco JoriFrancesco Jori
Piazza dei Signori
Piazza dei Signori

Una città in stato d’assedio per settimane; una tensione protrattasi per sette mesi, tra un triplice omicidio iniziale di studenti dell’ateneo e la sentenza che castiga i colpevoli.

Vive una stagione da devastante scontro sociale tra Comune e Università, la Padova del Settecento: tuttora immortalata in una lapide in piazza dei Signori, in alto a destra guardando la facciata della chiesa di San Clemente, e che recita: “Per il grave et atroce delitto commesso da diversi sbirri contro alcuni scolari... furono dall’eccelso Consiglio tutti i sbirri rei a misura delle loro differenti rilevate colpe condannati rispettivamente al patibolo della forca alla galera et all’oscuro carcere...”.

La vicenda

È la sera del 14 febbraio 1723 quando quattro studenti universitari passano per piazza dei Signori. Tranquilli e pacifici non devono proprio essere, se vengono fermati da una pattuglia di sbirri (una sorta di anticipazione dell’odierna polizia municipale), che sequestrano le armi da fuoco in loro possesso.

C’è da chiarire al riguardo che all’epoca gli studenti del Bo godono di una serie di privilegi, incluso quello di girare armati; peraltro al loro interno esiste la figura di un sindaco, che ha l’obbligo di consegnare alle autorità i colleghi che violassero la legge.

L’incidente comunque sembra chiuso lì; se non fosse che il giorno seguente gli stessi quattro ragazzi tornano nella piazza, entrando nella bottega di caffè e liquori gestita da Domenico Ragazzoni. Coincidenza vuole che proprio in quel momento da un’osteria a fianco, la “Tre Spade”, esca un gruppo di sbirri guidato da un loro sottocapo, Domenico Marziale: il quale, vedendoli e riconoscendoli, chiama i compagni, e tra i due gruppi inizia uno scambio di battute urticanti.

Inutilmente uno degli studenti, Giacomo Nonio, che tra l’altro ricopre il ruolo di vice sindaco, tenta di placare gli animi: viene colpito da una fucilata, che lo uccide all’istante; un altro sbirro spara e ammazza Giovanni Battista Cogolo, vicentino, figlio di conti. Nel tentativo di sfuggire agli spari, Agostino Beffa Negrini, bresciano, si getta da una finestra al primo piano della bottega di Ragazzoni, riportando gravi ferite. C’è purtroppo una terza vittima: Giovanni Vedovato, figlio del gestore delle “Tre Spade”, che si è affacciato al balcone invocando aiuto: gli sbirri sparano uccidendo pure lui.

Le autorità veneziane reagiscono a stretto giro, arrestando una ventina di agenti e avviando immediate indagini.

Ma non basta: l’ateneo viene chiuso, anche perché gli studenti in blocco disertano a lungo le lezioni; e le fiamme divampano in un battibaleno nell’intera città. Scende in campo anche la mamma del giovane conte vicentino Cogolo ucciso negli scontri, indirizzando un’accorata lettera alla Serenissima, in cui invoca «il più esemplare castigo de’scelerati per consolatione degl’opressi, per l’essempio de’posteri, per l’editification dei Principi e per decoro della Pubblica Maestà».

La strage degli innocenti

Circola rapidamente per le strade di Padova un carme anonimo in latino maccheronico, intitolato alla “Strage degli innocenti del 15 febraio 1723”. Velenosi i toni della reazione contro gli sbirri: «At illi trufones, sbiri, bricones, buzaradazzi / pessima et infamis fotuorum razza becorum / bestemiando Deum, Coelum, Sanctamque Mariam /caeperuat passim dare multam schipetadazzas».

La giustizia comunque fa il suo corso in tempi rapidi considerando l’epoca: aperto il processo, la sentenza viene pronunciata il 24 settembre.

Dei 19 imputati, 7 sono assolti col divieto di tornare a a Padova. Gaetano Fanton, vicentino, l’assassino del vicesindaco Nonio, viene impiccato a Venezia tra le colonne di San Marco. Gli altri 11 sbirri finiscono all’ergastolo o in carcere per decenni. Il 28 dello stesso mese il Doge ordina al Capitano di Padova di apporre la targa che ancora oggi si legge sul luogo del misfatto.

La chiesa di San Clemente

La cruenta vicenda si lega all’attigua chiesa di San Clemente, luogo di riferimento tra l’altro per la corporazione dei beccàri (i macellai): come documentato ancor oggi dalla statua della “Madonna delli Signori Beccari”: la Vergine col Bambino, realizzata in pietra tenera locale tra la fine del XIV e l’inizio del XV secolo; la si può vedere sul lato sinistro della chiesa entrando, sull’altare proprio dell’antica corporazione dei macellai.

C’è da spiegare che i “beccàri” erano una delle organizzazioni più antiche e influenti della città, la cui base operativa si trovava nell’area delle attigue piazze. In origine, l’immagine sacra risultava collocata proprio sotto il Salone (dove c’erano diverse botteghe di macellai) su un apposito altarino.

Nell’ultimissimo scorcio della dominazione austriaca, nel 1866, alcuni soldati, presumibilmente su di giri per eccesso di bevute, la profanarono; a quel punto i macellai, indignati, decisero di restaurarla e trasferirla in San Clemente.

Mette qui radici una consolidata tradizione tuttora in essere, con la nascita già a fine Ottocento della Pia Unione Macellai, Militi dell’Immacolata che, in segno di devozione alla Madonna, portava la statua in processione nelle feste della corporazione e in altre solennità cittadine.

La Basilica del Santo

L’epicentro si è poi trasferito nella Basilica del Santo: ogni anno, nella festa di Sant’Antonio, gli aderenti all’organizzazione si presentano in processione avvolti nei loro caratteristici mantelli azzurri, sfilando dietro una bandiera di eguale colore e preceduti dal mazziere.

Tra l’altro, nel 1966 (centenario dello sfregio austriaco e dell’intervento riparatorio della Corporazione), venne coniata un’apposita medaglia, un esemplare in oro della quale consegnato a Roma a papa Paolo VI nel corso di un’apposita udienza.

 

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