«Faccio scarpe e poi corro» La storia di Barbara Crivellari maratoneta e imprenditrice

TUTTA COLPA DI UN RAGAZZO CARINO. Barbara ha iniziato a correre sulla spiaggia
MONSELICE.
«Ho iniziato a correre a Rosolina mare, avevo 19 anni e un mio amico, Nicola, mi propose di andare a fare una corsetta in riva al mare con lui al tramonto. Non potevo certamente rifiutare e rimediare una brutta figura con un ragazzo cosi carino». Da allora sono passati 20 anni e Barbara Crivellari, da allora non si è più fermata. «La passione si è trasformata presto in un passatempo divertente. Il tenersi in forma è diventata per me la principale ragione di allenamento. Le endorfine rilasciate durante un regolare allenamento sembra che vogliano renderti più resistente e più veloce. Aggiungi a questo lo stato di euforia del dopo allenamento e inizi a capire l'attrazione per il running. A differenza di tante altre discipline sportive, non devo essere membro di un team, e c'è un rischio relativamente basso di infortuni».
Qualche aneddoto?
«Quando aspettavo mia figlia Giulia, ho corso fino all'ottavo mese di gravidanza. Era meraviglioso correre e sentire che la piccola si rilassava e dormiva tranquillamente. Ho rimesso le scarpe ai piedi quando la bambina aveva venti giorni di vita. Ricordo sempre la staffetta Padova-Folgaria con le lacrime agli occhi, la mia vita non era assolutamente cambiata, riuscivo ancora a correre compatibilmente con i miei impegni lavorativi. Per parecchi mesi l'ho portata con il marsupio tra le montagne. Esperienze davvero meravigliose».
Cosa significa per una donna correre la maratona?
«Una maratona è una sfida misteriosa e affascinante. Con le mie capacità punto alle quattro ore, ma il testare e migliorare i propri limiti è diventato subito il principale motivo per continuare a correre e diventare una aspirante runner agonista. Prediligo più le gare di montagna, sono belle dal punto di vista paesaggistico e ti fanno scoprire la bellezza e l'importanza della vita a contatto con la natura; poi, successivamente, la conoscenza della montagna in tutti i suoi aspetti».
Perché secondo lei la corsa e l'atletica non sono molto appetite dai giovani?
«Oggi sorprende che la massa di amatori di 50 anni vada così forte. Penso che lo stimolo, la motivazione conti parecchio per continuare a frequentare una discliplina così faticosa. I giovani sono fondamentalmente il riflesso dei propri genitori e delle abitudini di vita che questi impongono ai propri figli. Se i giovani non corrono è perché non hanno mai provato a correre. Ai miei tempi esistevano i giochi della gioventù, dove i ragazzi venivano fortemente avvicinati all'atletica. Adesso si è aggiunto uno stile di vita più sedentario e non esiste più da parte dei ragazzi la cultura del sacrificio e della costanza».
Quanto si allena?
«Tutti i giorni, nella pausa pranzo, invece di mangiare corro. Questo mi permette di potermi dedicare alla famiglia per il resto della giornata, quando termino il lavoro».
«La passione della corsa è riuscita a trasmetterla in famiglia?
«Mio marito è un ultramaratoneta e ci siamo conosciuti durante una marcia non competitiva. Sono fortunata perché condividiamo la stessa passione. Riusciamo ad incastrare abbastanza bene gli impegni lavorativi con gli allenamenti settimanali. Mia figlia Giulia invece è l'antitesi dello sport, è pigra».
Cosa consiglia ad una donna che si avvicina alla maratona?
«Cercare degli obiettivi adeguati. Mai mettersi in competizione con gli altri».
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