Finisce l’èra Cestaro, con troppi silenzi

PADOVA. Nel giorno in cui si consuma lo “strappo” (definitivo?) dal calcio, Marcello Cestaro sceglie la strada del silenzio. A 75 anni il cavaliere di Schio, sposato e padre di tre figli (Paolo, Laura e Lorenzo), ha vissuto una di quelle giornate “terribili” che non avrebbe mai voluto vedere. Il Padova non è più suo, ora c’è l’ufficialità. D’accordo, la separazione c’era già stata, netta e sofferta, a fine giugno, ma quel 52% di azioni targate ancora Unicomm rappresentavano il cordone ombelicale che lo legava in qualche modo all’amato club di viale Nereo Rocco, in cui era entrato, accogliendo l’invito dell’allora presidente Alberto Mazzocco, nel marzo 2002, sottoscrivendo il 5% di quote. L’anno dopo ne era diventato l’azionista di maggioranza e il 18 ottobre 2004 era stato nominato presidente dal Cda.
Per ragioni fiscali - il bilancio della Spa biancoscudata rientrava nella galassia Unicomm di Dueville, i cui conti vanno presentati dopo il 31 dicembre, non, come avviene nel calcio, tenendo conto dei dodici mesi a cavallo fra il 1º luglio e il 30 giugno successivo - Cestaro aveva chiesto di prolungare la sua presenza come socio al fianco di Penocchio sino a fine 2013, ed era stato accontentato. Patti chiari, ovviamente, ciò che era stato stipulato fra le parti a Milano sei mesi fa avrebbe fatto fede comunque. Gli accordi sono stati rispettati e ieri Penocchio ha ufficializzato quanto era peraltro noto.
Tuttavia, ci saremmo aspettati dall’imprenditore vicentino una dichiarazione o un commento che rendesse meno amaro l’addio nei confronti della piazza padovana. Qualche battuta l’aveva già concessa a Telenuovo una decina di giorni fa, ma ieri, pur da noi sollecitato, ha preferito tacere.
Già, quel silenzio in cui si era rinchiuso nei giorni della strana trattativa che il trio Lorenzo (Cestaro)-Pulcini-Baraldi conduceva con i fratelli Vecchiato, titolari di Interbrau ed interessati ad entrare in società, anche con una quota minoritaria, lasciando trasparire una sofferenza incredibile per il distacco imminente dal Padova che, strada facendo, aveva amato come un figlio. Silenzio alle volte imbarazzante, perché non si riusciva a capire se, nonostante le fortissime pressioni a cui era sottoposto dalla famiglia (e da Mediobanca soprattutto), il patron avrebbe resistito ancora alla guida del Padova, magari con un budget sensibilmente ridotto rispetto alle vagonate di soldi spesi in passato e con l’obiettivo obbligato di salvarsi, lui che per natura si sentiva (e si sente) un vincente, fissando l’asticella sempre in alto, playoff almeno, se non promozione diretta in A.
Una triste uscita di scena, consumatasi in un momento drammatico, con una squadra in rotta contro il proprio allenatore e una società preda di troppi sbandamenti. Cestaro starà pure zitto, ma non può essere contento di ciò che ha lasciato.
(s.e.)
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