Guendalina Sartori, da Rio 2016 ad allenatrice nazionale ragazzi «E sono anche diventata mamma»

Cristina Chinello

PADOVA

Una storia di rinascita sportiva per Guendalina Sartori, atleta padovana di tiro con l’arco, a Rio 2016.

Trentatrè anni appena compiuti e un nuovo modo di essere arciera, nato proprio da un momento di difficoltà: oggi è allenatrice della Nazionale giovanile maschile di tiro con l’arco. Nell’estate olimpica di cinque anni fa, Sartori (Aeronautica) è parte della squadra femminile insieme a Lucilla Boari e Claudia Mandia: le tre atlete ottengono un risultato storico per l’arco tricolore, piazzandosi al quarto posto. Mai così bene, ma la medaglia di legno è quella che brucia, soprattutto a chi ha commesso l’errore determinante. «Dopo Rio ho passato un periodaccio – ricorda Sartori -. Ognuno elabora il lutto a modo suo e con i suoi tempi. Per uscirne, ho lavorato con un mental coach che mi ha aiutata a fare chiarezza nella mia vita e a ritrovare il desiderio di gareggiare. Avevo deciso di provare a qualificarmi per Tokyo, eppure, nonostante mi allenassi intensamente, in gara non riuscivo a rendere, non raccoglievo i risultati di quel lavoro. Iniziavo a chiedermi chi me lo facesse fare, cominciavo a pensare che fosse arrivato il momento di lasciare. In quel periodo però sono rimasta incinta e la gravidanza ha posticipato la decisione definitiva». È in quei giorni che accade il colpo di scena: «Mi chiama la federazione e mi propone un nuovo ruolo. Mi dicono: “Avremmo pensato a questo incarico per te: allenatrice della squadra azzurra giovanile maschile. Che ne dici?”. Ho accettato subito, era il 2019, avevo da poco fatto il corso per allenatori di tiro con l’arco, si è rivelata una scelta determinante. Pochissimi giorni dopo la proposta della federazione, ho scoperto di essere incinta, il mio bimbo è nato nel 2020. E, per effetto dell’emergenza Covid, l’ufficialità dell’incarico è slittata ad aprile 2021. Durerà fino a dicembre». E svela: «Sono felice di questo ruolo: aiuto i ragazzi a raggiungere i loro traguardi. Sono giovani tra i 14 e i 20 anni, vedo che ascoltano molto e ho buoni feedback. Mi chiedono consigli, mi raccontano le loro gare e anche con i loro allenatori si è creato un bel rapporto di collaborazione. Con i ragazzi parlo chiaro e do regole, come mi ha insegnato il mio maestro. Per ora sono quattro, e si sono rivelate vincenti. Uno: alza bene il braccio che regge l’arco. Due: solidi contatti della corda sul viso. Tre: forte il braccio che tira la corda. Quattro: credici fino alla fine. Questa è quella decisiva: se anche la prima freccia va male, ce ne sono altre». —

Cristina Chinello

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