«Pazza per il pilates» Stefania Paccagnella però sceglie il Fratte

EX AZZURRA Stefania Paccagnella non smette di giocare Per lei adesso c’è il Fratte
EX AZZURRA Stefania Paccagnella non smette di giocare Per lei adesso c’è il Fratte
 SANTA GIUSTINA IN COLLE.
La «Pacca» non lascia. Raddoppia. Dopo 17 anni di serie A, Stefania Paccagnella ha scelto di continuare a giocare nelle file del Fratte, a Santa Giustina in Colle di volley, in B/2 femminile.  E c'è poco da girarci intorno: poter contare su un elemento come lei, capace di realizzare oltre 1.700 punti nel massimo campionato, è un lusso per questa categoria.  «Ma non sono qui per riposare. Ancora oggi aggiungo altri due allenamenti individuali alle tre sedute settimanali delle mie compagne», confessa ridendo.
 Come è nato questo trasferimento?
 «Da una parte c'è stato il fallimento di Vicenza, la mia ex società. Dall'altra ho conseguito il diploma di insegnante di terzo livello di pilates e si sono subito concretizzate diverse possibilità di impiego: oggi lavoro in quattro palestre, a Cittadella, Noale, San Giorgio in Bosco e Curtarolo. Conciliare questo impegno con la serie A sarebbe stato impossibile, anche se ho ricevuto diverse proposte, l'ultima delle quali da Chieri. Oltretutto mi alleno a un chilometro da casa mia: dopo aver girato il paese in lungo e in largo è un bel privilegio».
 Strano che una come lei non pensi a rimanere nel mondo della pallavolo.
 «Per carità. Credo che sarei una valida allenatrice ma non mi va di esserlo per una ragione semplice: ho faticato molto per diventare quella che sono e non voglio buttar via quello che a me è costato sacrificio con ragazzine che, quando parli con loro, nemmeno ti ascoltano. In questi anni ho notato che l'atteggiamento dei giovani è cambiato molto: c'è meno rispetto, meno voglia di impegnarsi. Sotto a questo aspetto, la pallavolo è lo specchio della società. Vedete: io ero quella che, da piccola, a fine allenamento, si fermava a raccogliere i palloni. Il problema è che continuo a farlo anche adesso a 37 anni».
 Ha un'immagine particolare legata alla sua carriera?
 «Salverei la mia esperienza in blocco. Ho avuto la fortuna di praticare uno sport bellissimo e di mantenermi integra, cosa che non tutte le mie colleghe sono riuscite a fare. Mi sono sempre fatta trovare pronta: nel mondo in cui sono cresciuta io era un attimo perdere il posto, arrivava un'altra e via, rischiavi la panchina. Da quando è stato reso obbligatorio l'utilizzo delle italiane la concorrenza è minore e molte giovani non si rendono conto della fortuna che hanno».
 Padova, terza città del paese per numero di tesserati, non riesce a esprimere una squadra femminile di vertice.?
 «Qualche tentativo c'è stato, l'ultimo quello del Megius, non molte stagioni fa. Ma secondo me chi si avventura in questo mondo spesso non tiene conto che non deve gestire solo le giocatrici, ma una realtà simile a un'azienda: deve pensare alle loro abitazioni, ai permessi per le straniere, allo staff medico. Ci vogliono organizzazione e competenza, e sono doti rare. In campo maschile, invece, la situazione è diversa perché c'è una mentalità più professionistica».

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